Il gas russo e le divisioni europee

di Giacomo Carugo e Stefano Iorio

L’Europa storicamente è sempre stata un’importatrice netta di energia, ma questo fenomeno nell’ultimo lustro si è ampliato ulteriormente fino ad arrivare al 53,5% del totale (2014)[1]. Le importazioni riguardano molte materie ma tra queste particolare rilevanza assume il gas naturale, che è dopo il petrolio la seconda fonte di energia in Europa ed è destinata ad aumentare la sua rilevanza nel prossimo decennio. Il gas naturale rispetto a molte altre fonti di energia come petrolio e carbone ha il vantaggio di rilasciare, a seguito della sua combustione, una minore quantità di inquinanti atmosferici. In particolare, il binomio gas naturale-ciclo combinato rappresenta una delle migliori alternative per ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Il gas naturale è la fonte fossile la cui combustione genera la minor quantità di anidride carbonica a parità di energia fornita: il “fattore di emissione” è inferiore di circa il 26% a quello ottenuto dalla combustione dei derivati dal petrolio e di circa il 41% rispetto al carbone[2].

Le riserve di gas naturali sono per il 54% in Russia, Iran e Qatar[3] e l’Europa al ritmo attuale di estrazione e consumo di gas naturale è destinata a breve a finire le sue limitate riserve dipendendo esclusivamente dalle importazioni che già oggi (2014) derivano per il 69,1% da Russia o Norvegia[4].

natural-gas-reserves

Per questo motivo le politiche infrastrutturali portate avanti dall’Unione Europea assumono un’importanza decisiva a livello strategico e devono tenere conto dei delicati equilibri geopolitici visto che la controparte principale è la Russia.

Secondo quanto previsto dal prospetto informativo di Nord Stream 2, l’Unione Europea necessiterà di un quantitativo sempre maggiore di gas nel prossimo futuro e non sarà in grado di far fronte internamente a questa richiesta, anzi la produzione domestica sarà destinata a calare in modo piuttosto consistente[5]. Questo nuovo progetto prevede l’attraversamento del Mar Baltico, correndo in parallelo alla linea già esistente fino ad arrivare a Lubmin (Germania) dove il gas verrà reindirizzato per raggiungere buona parte del Nord Europa. È evidente tuttavia che, in particolare nel breve termine, la realtà e gli interessi siano molto più diffusi.

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Attualmente la linea gemella, Nord Stream, a causa delle sanzioni inflitte dall’Unione Europea a Gazprom, principale operatore della linea, è limitata fortemente nella sua capacità d’utilizzo. L’eventuale costruzione di una seconda linea e l’utilizzo a pieno regime di entrambe, in modo che il progetto sia economicamente soddisfacente per tutte le parti in causa, avrà come effetto una ridefinizione dei flussi che attualmente passano per l’Ucraina e di conseguenza impatterà fortemente il bilancio statale di questo Paese, che attualmente percepisce laute commissioni per permettere il transito nel suo tratto (questa quota varrebbe il 10% del bilancio[6]). Inoltre c’è da considerare la posizione della Polonia che da sempre vede come inaccettabile aumentare la dipendenza dal gas russo; nel suo incontro con Angela Merkel il Primo Ministro polacco Beata Szydlo ha apertamente definito Nord Stream 2 come un progetto “geopolitico” e non “economico”[7].

Per capire quali siano le parti che trarrebbero vantaggio dalla realizzazione del progetto partiamo analizzando la compagine azionaria della società incaricata di realizzare il progetto. Oltre alla sempre presente Gazprom, società statale russa che si occupa dell’energia le altre società, definite supporters dell’operazione, sono: Uniper (società tedesca controllata da E.ON), OMV Aktiengesellschaft (società austriaca controllata dallo Stato), Shell (società anglo-olandese), Wintershell (società tedesca controllata da BASF) e Engie (società francese controllata dallo Stato).

È evidente l’interesse della Germania nel voler favorire alcune delle sue più importanti società industriali che si sono viste fortemente danneggiate  dalla decisione di chiudere le centrali nucleari entro il 2022 (la stessa E.ON è stata in causa con il Governo tedesco per tale decisione e si è vista riconoscere un risarcimento). Allo stesso modo, anche se non esplicitamente, gli altri Paesi europei aventi imprese di rilevanza nazionale che partecipano al progetto si sono schierate a favore della costruzione della nuova linea, troppo grandi le dimensioni delle commesse per rinunciarvi. I Paesi membri dell’Unione Europea preferiscono ancora dare maggior peso ai loro interessi nazionali piuttosto che, anche se con alcuni sacrifici, cercare di trovare delle vere strategie comuni a partire da quelli che sono i temi più delicati ma anche più stringenti.

Un secondo progetto molto interessante per quanto riguarda il trasporto di gas è il cosiddetto Turkish Stream, che prevede il collegamento tra Russia e Turchia attraverso un oleodotto off-shore attraverso il Mar Nero. Dopo l’irrigidimento dei rapporti tra Russia e Unione Europea, con il conseguente congelamento del progetto South Stream, è stato trovato un accordo tra Putin ed Erdogan per la costruzione di un nuovo oleodotto per la fornitura di gas alla Turchia. Analizziamo più a fondo cos’è realmente questo progetto e chi ci guadagna sia politicamente che economicamente dalla sua realizzazione. Una delle tesi che trova maggior supporto è che l’oleodotto di matrice russo-turca non è altro che la riproposizione dell’ormai abbandonato South Stream.

southturkishstream

Come si può notare dalla mappa, i percorsi dei due oleodotti hanno percorsi molto simili, addirittura combaciano per un primo tratto, fino a quando si separano per finire uno in Bulgaria, e quindi in Europa, e l’altro in Turchia, e quindi fuori dall’Europa.
Infatti, dopo che l’Unione Europea decise di bloccare, forse anche con una politica energetica miope, la costruzione del South Stream, la Russia ha subito cercato vie alternative per esportare il proprio gas in territorio europeo. E proprio da questa strategia nasce il progetto Turkish Stream. Il gas russo infatti, attraversando il Mar Nero, dovrebbe arrivare nella Tracia russa, a confine con gli stati europei di Grecia e Bulgaria. A questo punto, la Turchia giocherebbe un ruolo di intermediario commerciale tra il Vecchio Continente e Russia, acquistando gas direttamente da Putin per poi rivenderlo ai paesi confinanti. Non a caso il nuovo progetto è formato da due diverse linee, con tempistiche diverse. Cronologicamente parlando, la prima in ordine di costruzione prevede la fornitura di gas dalla Russia alla Turchia. Il paese di Erdogan dal 2010 ad oggi ha visto un incremento di circa il 50% nella richiesta di gas, dovuto principalmente al suo utilizzo nella produzione di energia elettrica. La seconda linea sarà invece costruita solo successivamente, ma avrà il ruolo praticamente esclusivo di portare gas in Turchia per poi rivenderlo all’Europa, avendo così due diversi effetti: il primo è quello di rendere il nostro continente sempre più energeticamente dipendente da Putin, riducendo ulteriormente le possibilità di diversificare le forniture di gas. Il secondo è che si rende Erdogan ancora più cruciale per quel che riguarda il nostro approvvigionamento energetico. I due chiari vincitori dalla realizzazione di questa nuova linea di trasporto sono indubbiamente i presidenti Erdogan e Putin.
Il primo perché nonostante il suo desiderio di presentarsi al mondo come il nuovo Sultano turco non ha ancora abbandonato l’idea di un’improbabile annessione turca all’Unione Europea. E per fare questo prova a diventare il grande collettore di gas proveniente da oriente per poi diventare un’insostituibile fornitore di energia, essenziali per l’area comunitaria.
Il secondo invece perché dovrebbe riuscire a spostare la rotta dei flussi di gas direzione Europa lontano dal poco praticabile passaggio ucraino. Così Putin sarà in grado di non perdere esportazioni energetici, vitali per l’economia russa, e contemporaneamente ad isolare l’Ucraina, con cui il conto è ancora aperto.

Evidentemente dall’altro lato la grande sconfitta nel caso in cui il progetto prendesse forma sarebbe l’Unione Europea. La strategia miope con cui si è bloccato il South Stream non fa altro che rimetterci sempre più nelle mani di capi di stato non propriamente affidabili, rendendoci sempre più dipendenti dal gas russo e non avendo una seria strategia comunitaria di diversificazione energetica.

Entrambi i progetti dimostrano chiaramente i piani russi: evitare il passaggio del gas dall’Ucraina a partire dal 2019 quando scadrà il contratto e trovare una via alternativa per raggiungere l’Europa. La situazione politicamente incandescente tra i due Paesi ha creato già numerosi problemi di trasporto ma la vera domanda è se l’UE sarà disposta ad accettare un cambiamento di questo tipo rischiando di aggravare ulteriormente la situazione in un Paese già lacerato dalla guerra civile. In questa situazione l’Unione Europea dovrebbe valutare possibili alternative per l’approvvigionamento di gas, e l’Italia, data la sua posizione strategica, dovrebbe valutare la possibilità di diventare l’hub europeo principale per lo stoccaggio e smistamento di gas proveniente dalle vaste riserve del medio oriente, ripartendo da progetti già esistenti come il Tap.

[1] http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Energy_production_and_imports

[2] http://www.eniscuola.net/argomento/gas-naturale1/utilizzi-del-gas/produzione-di-energia-elettrica/

[3] https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2253rank.html

[4] http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Energy_production_and_imports

[5] https://www.nord-stream2.com/project/rationale/

[6] https://it.sputniknews.com/mondo/201702114056515-gasdotto-economia-ucraina/

[7] http://foreignpolicy.com/2017/02/08/is-europe-caving-to-russia-on-pipeline-politics-european-union-nord-stream-two-gas-oil-energy-germany-baltic-poland/

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One thought on “Il gas russo e le divisioni europee

  1. “… la grande sconfitta nel caso in cui il progetto prendesse forma sarebbe l’Unione Europea. La strategia miope con cui si è bloccato il South Stream …”

    Che poi South Stream con cosa lo si voleva riempire? In generale, se vogliamo insistere a consumare gas come facciamo a non rivolgerci a chi ne possiede grandi riserve? La sconfitta europea è chiara da anni, e non è un problema di tubi: vogliamo consumare risorse che non abbiamo e che non possiamo più permetterci. Forse il gas non è nemmeno il problema peggiore.

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