Il fondo sovrano norvegese

di Matteo Mozzi

La nascita del Fondo

 

La fortuna della Norvegia ha inizio nel 1968 grazie ad un geologo di origini irachene, Farouk al-Kasim. Questi, mentre frequentava gli studi all’Imperial College di Londra con una borsa di studio dell’Iraq Petroleum Company (IPC), incontrò una ragazza norvegese, Solfrid, che divenne sua moglie. Tornato in Iraq fu assunto dall’IPC, dove raggiunse in breve un ruolo dirigenziale, ma qualche anno dopo decise di licenziarsi, abbandonare l’Iraq e trasferirsi, con la famiglia nella terra d’origine della moglie, in modo da assicurare cure più adeguate per il figlio tetraplegico. Il treno che doveva prendere per la città dove vivevano i genitori di Solfrid era alle sei del pomeriggio, così avendo alcune ore a disposizione, decise di far visita alla sede del Ministero dell’Industria per chiedere se una delle società petrolifere operanti in Norvegia stesse cercando un geologo. Al-Kasim fu decisamente fortunato: un funzionario gli disse di tornare nel pomeriggio e lì trovò alcune persone che lo stavano aspettando per un colloquio di lavoro improvvisato.

68080
Foto 1: Ritratto di Farouk al Kasim.

Il ministero aveva bisogno di un geologo esperto per valutare i dati di alcuni test di trivellazione effettuati nel Mare del Nord. Al-Kasim, dopo aver interpretato i risultati delle esplorazioni di tredici pozzi, arrivò all’inattesa conclusione che al largo delle coste norvegesi ci fosse davvero il petrolio. Quasi nessuno gli diede ascolto visto che le autorità erano scettiche e le società petrolifere stavano lasciando il paese dopo anni di esplorazioni infruttuose. Nel dicembre 1969, però, la società Phillips Petroleum trovò, per la prima, volta il petrolio nell’area di Ekofisk, che dopo qualche giorno venne considerata uno dei più grandi giacimenti offshore del mondo. I politici norvegesi, spaventati dall’imminente arrivo delle multinazionali, incaricarono l’ufficio di Al-Kasim di trovare una soluzione per capire come sfruttare al meglio i giacimenti. La sua idea fu di creare una società controllata dallo stato, Statoil, in modo sia da dare lavoro ai norvegesi che sviluppare competenze locali nel settore, creando in seguito un organismo di controllo totalmente indipendente, il Direttorato. Il governo norvegese usò i soldi dei cittadini per finanziare gli investimenti nello sviluppo dei pozzi. Quando i profitti cominciarono a crescere sul serio, negli anni Novanta, il governo li mise in un fondo nazionale. Il Direttorato Petrolifero, dove al-Kasim lavorò per due decenni come uno dei dirigenti principali, impose l’obiettivo per la trivellazione dell’inquinamento zero: questo ha permesso di trovare soluzioni grazie alle quali oggi pochissimi agenti chimici dannosi sono scaricati nel Mare del Nord dai pozzi norvegesi.

perspektivanalysen
Foto 2: Farouk al Kasim con il suo team di ricerca mentre individuano possibili giacimenti al largo delle coste della Norvegia.

STATOIL:

Statoil, ora nota come StatoilHydro dopo la fusione del 2007 con Norsk Hydro, è la maggiore compagnia del paese ed occupa circa 25.000 persone. Nonostante sia quotata ai listini della borsa di Oslo e di New York, lo stato norvegese ne detiene la maggioranza con una quota pari al 71 %. È anche la maggiore compagnia offshore di petrolio e gas del mondo e tra i più importanti fornitori del continente europeo. Oltre che nel mare del Nord, ha campi petroliferi in Algeria, Brasile, Cina, Iran, Libia, Nigeria, Stati Uniti e Venezuela. Controlla vari oleodotti in l’Europa occidentale ed ha uffici commerciali a Londra, Stamford (Connecticut) e Singapore. Secondo le stime del 2015, ha esportato quotidianamente circa 1,6 milioni di barili, più del doppio rispetto ad UK, secondo esportatore europeo.

L’economia norvegese

La Norvegia ha usato la ricchezza ottenuta dal petrolio per trasformare e far crescere un’economia che, nel secondo dopoguerra, era ancora basata sulla pesca e sullo sfruttamento delle foreste. Altri giacimenti sono stati scoperti negli anni e il governo ha continuato a versare i proventi dell’estrazione nel fondo sovrano, mantenendo la promessa iniziale di usare per la spesa pubblica soltanto i proventi degli investimenti effettuati da quest’ultimo, creando così una sorta di “assicurazione” che oggi vale due volte il PIL nazionale. Di recente, come riporta l’Economist, stanno aumentando le pressioni affinché il fondo modifichi la sua politica di prudenza negli investimenti. A causa del recente calo del prezzo del barile, il paese ha perso quasi metà dei guadagni derivanti dall’industria petrolifera e il governo ha dovuto rinunciare ad alcuni programmi di spesa. Da tempo molti ritengono che la Norvegia debba cominciare a prepararsi al momento in cui la sua economia non potrà più dipendere quasi esclusivamente dai combustibili fossili e il crollo del prezzo del petrolio è stata una sorta di campanello d’allarme. Attuare adesso le riforme necessarie – cioè i tagli – per prepararsi a questo momento non è troppo costoso politicamente. Come un funzionario del fondo ha raccontato all’Economist: «È molto difficile stringere la cinghia quando le cose vanno bene». “Tirare la cinghia”, per il paese, è un concetto relativo visto che i norvegesi risultano tra i primi cinque popoli più ricchi del mondo e sono in testa anche negli indici di sviluppo umano. Nel 2016, per la prima volta nella ventennale storia del fondo, il governo norvegese ha prelevato più soldi dal fondo di quanti ne abbia versati grazie alle rendite del petrolio. Nonostante ciò non è un segnale di allarme preoccupante. Sembrano invece più interessanti le sempre più numerose voci critiche che accusano i manager del fondo di essere troppo prudenti. Dal 1998 il fondo ha avuto un rendimento medio del 5,5 per cento annuo, troppo poco secondo molti che accusano i suoi gestori di aver perso molte opportunità di investimento nei paesi emergenti. Uno dei più critici è Sony Kapoor, consulente per governi e banche centrali, secondo cui la timidezza dei management è costata al fondo quasi 150 miliardi di euro.

Investimenti

Norges Bank Investment Management, il ramo della banca centrale norvegese che gestisce il fondo pensione pubblico del Paese, con 890 miliardi di dollari di asset in gestione, ha registrato un rendimento limitato al 1,3%, pari a 11,46 miliardi di dollari nel secondo trimestre del 2016, principalmente a causa dell’andamento dei mercati obbligazionari e dell’effetto Brexit. Un netto calo rispetto alla crescita record di 43 miliardi di dollari registrata tra gennaio e marzo del 2016. A Oslo non ne fanno un dramma. Certo è che la politica monetaria ultra-espansiva adottata dalle principali banche centrali – che sta portando i rendimenti dei bond a livelli minimi – rappresenta comunque un problema di non facile soluzione per i gestori del fondo che hanno il dovere di garantire ritorni stabili negli anni. In Italia sono circa 130 le società quotate in cui il Fondo ha investito, impiegando complessivamente circa 8 miliardi di euro ritagliandosi così l’1,66% del l’intero mercato azionario italiano. Tra queste società si trovano i principali nomi del listino: Intesa Sanpaolo, Eni, Enel, UniCredit, Generali, Telecom, Luxottica, Exor, Finmeccanica. In totale, il Fondo ha quote in oltre 9mila società di tutto il mondo.

Cambio della strategia per gli investimenti

Il fondo nel 2015 ha avviato due nuove strategie: disinvestire dalle società legate all’estrazione del carbone e unirsi alle campagne contro il livello eccessivo di bonus e stipendi dei manager. Dal 1° gennaio 2016 uscirà da tutte le società che dal carbone ricavano il 30% del fatturato o il 30% dell’energia prodotta. Il ministero delle Finanze norvegese stima che verranno cedute partecipazioni in 50-75 società, per un valore di almeno 4,5 miliardi di dollari. Oslo è un azionista importante anche di molte imprese italiane, che tuttavia non dovrebbero finire nel mirino del provvedimento. Il fondo sovrano possiede l’1,7% di Enel, che per un soffio dovrebbe esser salva: la società, proprietaria di alcune centrali a carbone, fa sapere che la produzione di energia da questa fonte è scesa al 29 per cento. L’iniziativa norvegese viene accusata di ipocrisia da alcuni osservatori perché, essendo Oslo il maggior produttore europeo di petrolio e gas, boicottare le società di estrazione del carbone non può che favorire chi gli fa concorrenza con i combustibili fossili, considerando inoltre che la stessa Norvegia estrae carbone nell’arcipelago delle Svalbard, nell’Artico.

Advertisements

One thought on “Il fondo sovrano norvegese

  1. “….Enel, che per un soffio dovrebbe esser salva: la società, proprietaria di alcune centrali a carbone, fa sapere che la produzione di energia da questa fonte è scesa al 29 per cento….”

    E dire che in Italia, stando alle correnti chiacchiere da bar, la termoelettricità da carbone starebbe rinascendo a nuova vita. Evidentemente quelli di Enel non sono degli ingenui. Immagino che la scelta sia stata fatta pensando al futuro di medio termine.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...