Venezuela, un Paese vittima di malagestione e cambiamenti climatici

di Matteo Mozzi

Dal 2013 il Venezuela è entrato in una profonda recessione economica, dalla quale non sembra essere in grado di uscire. Una situazione sempre più gravosa si sta trasformando in crisi sociale e politica ed è raro osservare una nazione in una condizione così precaria in tempo di pace. Anni di decisioni scellerate, corruzione e scarsa democrazia stanno presentando il conto. Nel 2016 l’economia venezuelana è letteralmente implosa e secondo il Fondo monetario internazionale (FMI) l’inflazione è stata pari all’800%. Nonostante ciò, la comunità internazionale non sembra intenzionata ad intervenire. Vediamo di capire come sia possibile che il primo paese al mondo per riserve petrolifere si trovi in questa situazione.

Una crisi energetica
Uno dei maggiori problemi del paese è la crisi energetica interna causata, in parte, dalla siccità: ha piovuto molto poco negli ultimi due anni e nel 2016 la situazione è peggiorata per l’arrivo di El Niño, un insieme di fenomeni atmosferici che si verificano ciclicamente nell’Oceano Pacifico. Ne è conseguita la paralisi della centrale idroelettrica di Guri nella regione Bolivar, che fornisce il 70% dell’energia al Paese. In un articolo pubblicato sull’Atlantic, i giornalisti venezuelani Moisés Naím e Francisco Toro hanno scritto che negli ultimi due anni il Venezuela ha sperimentato un tipo di implosione difficile da spiegare, a maggior ragione se si tiene conto che il territorio venezuelano è ricco di risorse petrolifere. Il governo, però, non le utilizza per il fabbisogno energetico interno, ma le destina totalmente alle esportazioni, le quali, infatti, non sono diminuite nonostante la mancanza di elettricità. Inoltre, sul New Yorker, la giornalista Gretchen Bakke si è chiesta: «Perché un paese con le risorse combustibili fossili più grandi di tutta l’America Latina, e tra le più estese al mondo, ha deciso di generare energia con l’acqua, notoriamente una risorsa poco affidabile?». Il motivo, spiega Bakke, non è legato a qualche politica a favore delle energie rinnovabili, semplicemente il governo vuole esportare quanto più petrolio possibile. Inoltre, negli anni, il Venezuela non ha diversificato le sue fonti di energia: ha continuato a basarsi principalmente sull’acqua, nonostante la grande siccità che già colpì il paese con El Niño del 2010. Oggi, la mancanza di elettricità provoca continui blackout non solo a Caracas, ma anche in molte altre città del Venezuela. A inizio aprile, Maduro, presidente del Venezuela, aveva annunciato che la settimana lavorativa dei dipendenti pubblici sarebbe durata solo quattro giorni; a fine del mese i giorni sono stati ridotti a due. Ufficialmente, lo scopo della misura era risparmiare energia elettrica tenendo chiusi gli uffici. Per fronteggiare la crisi, il governo aveva già reso il venerdì giorno libero e introdotto un black out quotidiano di circa quattro ore. Il primo maggio, è anche entrato in vigore un arbitrario spostamento del fuso orario indietro di mezz’ora, in modo da guadagnare ore di luce e ottenere così un ulteriore risparmio energetico.

Un’altra grave conseguenza della crisi in Venezuela è la terribile situazione degli ospedali. Pochi mesi fa il Parlamento ha dichiarato l’emergenza sanitaria nazionale e chiesto che venissero sbloccati gli aiuti internazionali. Maduro, però, aveva liquidato la polemica sostenendo che era in atto un tentativo di privatizzare la sanità venezuelana, ma come hanno mostrato diverse indagini, la situazione di molti ospedali è tragica: non ci sono più antibiotici, guanti sterili, i defibrillatori non funzionano, i medici usano i loro smartphone per guardare le lastre, visto che non ci sono computer funzionanti; i chirurghi che si preparano a un’operazione si lavano le mani con acqua gasata o seltz, come quella usata per i cocktail; molti pazienti non hanno nemmeno un letto dove stare e sono costretti a sdraiarsi per terra. Nel caso in cui occorra operare di urgenza, capita che la sala operatoria sia ancora sporca del sangue del paziente precedente. Christian Pino, chirurgo dell’ospedale, ha detto: “È come se fossimo nel XIX secolo”.

Una crisi monetaria
Da quando, nel 2013, il Paese è entrato in una gravissima recessione economica, il governo non è riuscito a trovare soluzioni efficaci, dovendo fare i conti con l’errore di aver creato un’economia mono-produttrice. Il bilancio per l’anno 2016 era stato preventivato con un barile a 100 dollari mentre il calo dei prezzi, arrivati attorno ai 40 dollari, ha più che dimezzato le entrate nelle casse dello Stato. Alcuni giornali internazionali hanno iniziato a riferirsi al Venezuela come a un paese sull’orlo del collasso o “dell’esplosione sociale” visto che è cronicamente a corto di fondi ed è costretto a stampare sempre più moneta per finanziare la spesa interna: la conseguenza è che stampando più moneta si toglie valore a quella che c’è già in circolazione, aumentando ulteriormente l’inflazione e peggiorando la situazione iniziale che si voleva risolvere.

Il prezzo del petrolio ha certamente contribuito a peggiorare la crisi in cui si trova la nazione. Non tutti i Paesi esportatori, però, si trovano così in difficoltà grazie alla creazione negli scorsi anni di fondi sovrani per reinvestire i ricavi delle esportazioni. Quello del Venezuela invece è stato trasformato, dall’allora presidente Hugo Chàvez, in uno strumento per finanziare sussidi e programmi di sviluppo tanto ambiziosi quanto improduttivi. Gli alti livelli di spesa pubblica del governo Venezuelano hanno lasciato il segno sulle finanze pubbliche del Paese, che negli ultimi cinque anni ha visto aumentare notevolmente sia il deficit, che il debito pubblico. Per fronteggiare la crisi, il governo ha introdotto misure come l’imposizione di controlli sulle importazioni o l’innalzamento del prezzo della benzina da 0.07 a 1 bolivar, ma molti analisti ritengono che tali iniziative governative arrivino tardi e difficilmente potranno essere sufficienti.

Una crisi di beni di prima necessità
Come già detto, a causa della crisi e di politiche economiche inefficienti da parte del governo venezuelano, il costo della vita continua ad aumentare. Per sfamare una famiglia di cinque persone, ad agosto 2016, servivano come minimo 263mila bolivar, un aumento del 658% rispetto ad un anno prima. Il tasso annuale di inflazione per alcuni beni alimentari ha superato il 2000%, ma avere dati certi sull’inflazione è praticamente impossibile perché l’ufficio competente non li pubblica da mesi; inoltre, non è possibile conoscere il prezzo di latte, pane e carta igienica perché, semplicemente, non si trovano. Molti beni di prima necessità scarseggiano e i venezuelani passano in media 35 ore al mese in coda davanti ai negozi per poter fare la spesa. In alcuni luoghi, la disperazione porta perfino ad affittare deodoranti e dentifrici: è opportuno notare che la Fao ha premiato, nel 2015, il governo di Nicolás Maduro per i suoi programmi di “lotta contro la fame”, basandosi sugli indici diffusi dal governo.

John Sweeney, giornalista di BBC Newsnight, ha raccontato in un video l’incredibile espansione del mercato nero, l’unico posto dove si possono comprare alcuni dei beni introvabili nei negozi legali e cambiare i dollari in bolívar, la moneta venezuelana. Come mostra il reportage, cambiando 100$ si ottengono pacchi di banconote pari a 100 000 bolívar; facendo la stessa operazione in un ufficio di cambio legale se ne ottengono 20 000. Molti venezuelani, perciò, hanno smesso di cambiare denaro in modo legale e come diretta conseguenza il governo sta perdendo il controllo dell’economia.

A causa dell’altissima inflazione, per qualsiasi spesa servono borse piene di banconote, ma stamparle sta iniziando a costare troppo e per quanto sia difficile da credere, il Venezuela non ha più soldi per fare i soldi. Come riporta Bloomberg, la necessità di usare tantissime banconote, per sostenere l’economia del Paese, sta causando grossi problemi alla Banca Centrale del Venezuela. In una situazione di inflazione altissima, stampare moneta è l’unico modo che una banca centrale ha per tenere in piedi l’economia. Bloomberg rivela che diversi mesi prima delle elezioni parlamentari a fine 2015, la Banca Centrale venezuelana aveva convocato una riunione di emergenza con alcune società tipografiche chiedendo di stampare quante più banconote potessero. Le più grandi società del mondo che già da tempo lavoravano con il Venezuela – l’inglese De La Rue, la francese Oberthur Fiduciaire e la tedesca Giesecke & Devrient – ricevettero ordini per 2,6 miliardi di banconote. In seguito, ad inizio 2016, il Venezuela offrì alle società tipografiche nuove commesse per stamparne ulteriori 10 miliardi. Le tre società però accettarono di produrre solo 3,3 miliardi di banconote a causa dei numerosi ritardi nei pagamenti precedenti. Lo scorso mese, De La Rue ha mandato al governo venezuelano una lettera per chiedere il pagamento immediato di 71 milioni di dollari di arretrati ed evitare così che la notizia dell’insolvenza sui pagamenti fosse comunicata ai soci della società diventando, quindi, di pubblico dominio. Una copia della lettera, però, è arrivata comunque ai giornali venezuelani.

Una crisi anche dai risvolti internazionali
La terribile crisi venezuelana è costata a Caracas il suo posto all’interno del Mercosur, il mercato comune del Sud America. Il 3 dicembre infatti Paraguay, Brasile, Argentina e Uruguay hanno scritto una lettera al presidente Maduro preannunciando l’esclusione del suo paese dall’area commerciale sudamericana in quanto in Venezuela non vengono rispettati né gli standard economici, né quelli dei diritti umani. Infine, nonostante il prestito di 15 miliardi ricevuto dalla Cina nel 2016, il governo difficilmente riuscirà a mettere insieme risorse sufficienti per arrivare alla prossima estate. Nel frattempo non è difficile immaginare un peggioramento della crisi in cui versa il Paese, vista l’incapacità delle forze politiche di trovare delle soluzioni efficaci per evitare un futuro quanto probabile default sul debito sovrano.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...