La risoluzione 2334 e la questione israelo-palestinese: lo scontro continua

di Stefano Iorio

 

La risoluzione e la rottura con il passato
Dopo l’approvazione il 23 dicembre da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu della risoluzione 2334, riguardante la costruzione di nuove colonie israeliane in Cisgiordania, grazie all’astensione degli USA, la situazione nel Medio Oriente è destinata a surriscaldarsi ulteriormente.
Testi simili erano stati sottoposti al voto del Consiglio di Sicurezza numerose volte, tuttavia, grazie al loro potere di veto, gli Usa avevano quasi sempre impedito che questi fossero approvati.
Le reazioni sono state dure, come prevedibile, da parte dei principali esponenti del governo di Gerusalemme che hanno espresso tutta la loro rabbia nei confronti dell’amministrazione Obama, sentendosi traditi dal Presidente dello storico alleato.
Il rapporto tra i leader dei due Paesi non è mai decollato e si è andato ad incrinare sempre di più, a causa delle visioni diametralmente opposte su come gestire una situazione da sempre delicata e quali politiche adottare per avvicinarsi a una soluzione definitiva. Questo potrebbe essere stato un fattore determinante a supporto della scelta di non far valere il diritto di veto, rendendolo così l’atto finale e più esplicito di un disaccordo cresciuto esponenzialmente nel corso del tempo.
Israele aspetta fiduciosa il 20 gennaio, data in cui il Presidente eletto Donald Trump prenderà possesso del suo nuovo ufficio. Egli ha sempre sostenuto, e lo ha ribadito attraverso gli ormai celebri tweets, quanto nel contesto più che mai infiammato del Medio Oriente sia importante per gli Usa avere un’alleanza solida con Israele.

Fragili equilibri in Medio Oriente
La prima conseguenza è tutta interna alla scena politica israeliana. Per quanto tutti i partiti siano concordi che l’approvazione di questa risoluzione vada a danneggiare l’interesse nazionale, le reazioni sono state molto differenti. L’ala più estremista della coalizione di governo ha subito avanzato, tramite il suo più importante esponente, Naftali Bennet (Ministro dell’Economia e leader del partito di destra a carattere religioso “La Casa Ebraica”), l’idea di annettere uno dei più popolosi insediamenti a maggioranza ebrea in Cisgiordania (West Bank) e in generale vorrebbe rendere parte del territorio nazionale alcune delle zone che rientrano in Area C (quelli a controllo sia civile che militare israeliano). L’opposizione, invece, non ha perso occasione di criticare il Primo ministro Netanyahu, sia per la sua debolezza in ambito internazionale, sia per la sua reazione giudicata troppo istintiva e carica di nervosismo.
Evidentemente, il passaggio di questa risoluzione segna una sconfitta che avrà delle ripercussioni sul Governo, anche se da sempre Israele si trova in una difficile situazione nel panorama internazionale, con i soli Usa unico vero alleato di rilievo, e che ha visto in questa circostanza la nascita di un nuovo asse russo-israeliano (nonostante il voto finale russo a favore della risoluzione, volto a preservare le relazioni con l’Iran) sulla base degli accordi comuni in Siria e da valutare anche in ottica dei futuri rapporti tra Trump e Putin.

Il passaggio che alimenta le maggiori preoccupazioni di Israele è che questa risoluzione potrebbe dare il via a un procedimento che avrebbe come esito delle sanzioni, sia economiche che diplomatiche, nei suoi confronti. Uno dei passaggi chiave, infatti, afferma con chiarezza non solo l’invalidità da un punto di vista legale delle colonie, ma come esse rappresentino una flagrante violazione del diritto internazionale. La risoluzione, inoltre, sottolinea con una certa insistenza l’importanza, dal punto di vista dell’ONU, del rispetto dei confini del 1967. Tuttavia, questa insistenza, comprensibile poiché essi segnano inevitabilmente il punto di partenza delle trattative per la pace, lascia trasparire anche una certa rigidità, dato che questa imposizione limita fortemente le possibilità negoziali e non tiene conto di come a distanza di cinquant’anni è evidentemente giunto il momento di riconsiderare se questi rispecchino in modo equo la situazione attuale (sia per quanto riguarda il controllo civile del territorio, sia per la sicurezza nazionale).

La soluzione al conflitto israeliano-palestinese passa in primo luogo dalla decisione sull’organizzazione politica e amministrativa in uno o due Stati del territorio, con la criticità dello status di Gerusalemme. L’elezione di Trump, lo scorso novembre, ha sicuramente rappresentato una notizia molto positiva per lo Stato ebraico, dato che l’imprenditore newyorkese ha più volte ribadito il suo appoggio netto al principale alleato della zona, ma ciò ha contribuito al rafforzamento della tesi di uno Stato unico (e anche la scelta dello stesso Trump dell’ambasciatore americano presso Israele, David Friedman, sembra andare in questa direzione), sostenuta dai partiti nazionalisti israeliani e rigettata dai palestinesi, che considerano la Cisgiordania e la Striscia di Gaza come parte di un loro Stato indipendente.
Oggetto di particolare attenzione è la posizione del Primo ministro Netanyahu: egli è un convinto sostenitore dell’ampliamento delle colonie nei territori occupati, ma allo stesso tempo considera due Stati indipendenti la via al raggiungimento della pace. Chiaramente, queste due posizioni sono in contraddizione tra loro e l’approvazione della risoluzione spinge Netanyahu verso una presa netta di posizione, o da un lato o dall’altro. Queste però aprono a scenari differenti, sia nella politica interna, sia sulla scena internazionale e, per il momento, da politico navigato qual è il leader di Likud, egli ha preferito restare nell’ambiguità, sia per mantenere salda la coalizione di governo, sia per evitare di schierarsi in aperta ostilità nei confronti della quasi totalità dei membri della comunità internazionale.

Difficile è invece dire quali saranno gli effetti che ci saranno nei già tesissimi rapporti tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese. Anche se, per il momento, sono da escludere scontri di carattere militare, questi rimangono sempre sullo sfondo in una situazione di estrema fragilità negoziale e politica.

La posizione degli Stati Uniti
Le tensioni politiche, però, non si limitano a Israele: gli Usa stessi devono affrontare una questione particolarmente delicata. Per quanto l’amministrazione Obama non abbia fatto nulla che non fosse nei suoi poteri, è legittimo tenere un atteggiamento simile su un argomento di politica estera tanto delicato, modificando in modo così netta quella che è sempre stata la posizione del proprio Paese? Perdipiù sapendo di essere in aperto conflitto con colui il quale, tra meno di un mese, prenderà posto nello studio ovale? La scelta appare ancora più singolare anche in relazione al fatto che su una proposta molto simile a quella approvata il 23 dicembre, e sottoposta al voto nel 2011, la stessa amministrazione aveva deciso di usare il potere di veto.
Le critiche ricevute per i mancati progressi delle trattative e i rapporti glaciali tra Obama e Netanyahu hanno sicuramente avuto un loro peso, ma il leader della principale potenza mondiale, su un tema così delicato, dovrebbe aver saputo dimostrare maggiori capacità negoziali.
A distanza di cinque giorni dall’approvazione della risoluzione, è intervenuto il Segretario di Stato Kerry a sostegno della posizione Usa, spiegando le motivazioni che hanno portato a un cambio di rotta così significativo rispetto al passato e cercando di sottolineare quanto questo non modifichi la preziosità, come alleato, di Israele. Molti dei punti menzionati in questo discorso sono rilevanti e vanno a toccare nel vivo entrambe le parti, in lotta da secoli, per giungere poi ad una conclusione: dal punto di vista della comunità internazionale, ciò che più conta e preservare la possibilità di una soluzione a due Stati che viene resa sempre più difficile dal crescere del numero di coloni in Cisgiordania.
Rimangono, però, numerose ombre su come l’amministrazione Obama abbia gestito il caso, così come numerosi problemi minano la credibilità di alcuni dei punti chiave sostenuti da Kerry come punti di partenza per la pace, a partire dalla reale stabilità degli altri Stati arabi dell’area, che sono rilevanti quanto le autorità palestinesi per un accordo definitivo, e dalla reale possibilità di rendere Gerusalemme capitale di due Stati.

La soluzione è ancora lontana.

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