La fine dell’Opec si sta avvicinando?

di Matteo Mozzi

 

L’Opec ha trovato un accordo, per la prima volta in 8 anni, per ridurre la produzione di petrolio di 1.2 milioni di barili giornalieri. L’obiettivo è ottenere un aumento del prezzo, dopo anni di crisi in cui quest’ultimo è stato particolarmente basso. La decisione è stata presa durante una riunione indetta nella sede dell’organizzazione a Vienna, sorprendendo numerosi analisti convinti che sarebbe stato difficile trovare un punto d’incontro, considerate le divisioni interne, soprattutto tra Arabia Saudita e Iran.

Era dal 2008 che l’Opec non tagliava la produzione; da allora gli accordi furono sempre per aumentarla, per rincorrere una domanda che saliva troppo in fretta e che portò i prezzi ai massimi di 140 dollari al barile. Questi si stabilizzarono quindi a 110 dollari fino a quando l’Arabia Saudita, con una veemente reazione a metà 2014, decise di dichiarare guerra allo shale oil, spaventata dal possibile accordo fra Obama e l’Iran, aumentando in modo deciso l’offerta di greggio sul mercato e causando così il crollo del prezzo del barile ad un minimo di 28 dollari, a gennaio di quest’anno.
Il leader dell’Opec puntò su questa strategia proprio con l’obiettivo di far uscire dal mercato i produttori di shale oil americani. Quest’ultimo, infatti ha un elevato costo di estrazione che, quando il prezzo scende sotto una certa soglia, non lo rende più economicamente conveniente. La guerra sul prezzo ha messo in grosse difficoltà numerose società petrolifere americane, portandone molte alla bancarotta.
Nel suo complesso però, l’industria dello shale-oil si è mostrata più resistente del previsto: tagliando i costi e rendendo la produzione sempre più efficiente, diverse società sono riuscite a rimanere a galla, nella speranza che i prezzi sarebbero tornati presto a salire.

La recente elezione di Trump, che nella sua campagna ha annunciato una linea dura verso Teheran, ha tranquillizzato Riad e paradossalmente, ha favorito il clima per un accordo.
Come conseguenza, i sauditi hanno accettato nei giorni scorsi che l’Iran possa tornare a produrre dagli attuali 3,7 milioni di barili al giorno ai 4 milioni che produceva prima dell’embargo. L’accordo potrebbe risultare storico se si confermerà il supposto impegno dei Paesi non-Opec per un taglio di 600.000 barili al giorno, la metà dei quali sarebbe a carico della Russia.
Il ministro dell’energia russo, Alexander Novak, ha annunciato che la riduzione sarà graduale e coinvolgerà tutte le società petrolifere russe. Tale decisione rende Vladimir Putin uno dei vincitori dell’accordo di Vienna. La Russia, infatti, nonostante il taglio annunciato di circa il 3%, resterà ad un livello di produzione superiore ai 10 milioni di barili al giorno e questo fa sì che proprio la Russia si troverebbe ad essere tra i paesi che trarrebbero maggiore beneficio da una stabile ripresa dei prezzi.

Nonostante l’ottimismo dei partecipanti all’accordo, alcuni analisti rimangono scettici riguardo ad uno stabile aumento del prezzo del barile. “Non prenderei questo annuncio dell’Opec con troppo sollievo” ha detto Dominic Rossi, Global CIO Equities, di Fidelity International, aggiungendo: “L’adesione sarà un problema e i Russi inizieranno a produrre più gas. In più, il costo marginale dello shale oil continuerà a scendere nel lungo periodo”.

Un taglio della produzione quasi irrisorio, la volontà dei sauditi di mantenere la propria produzione sopra i 10 milioni e la concreta possibilità che i paesi non-Opec non mantengano gli impegni presi sono fattori che rischiano di far annullare quanto raggiunto nell’accordo di mercoledì. Va precisato che le modifiche alla produzione non saranno immediate e che ci sono ancora molti dettagli da definire; comunque, l’annuncio ha già avuto qualche effetto sui mercati. Il Brent, il petrolio estratto nel Mare del Nord – che funge da riferimento a livello mondiale per i prezzi –  è aumentato dell’ 8% arrivando a circa 54 dollari al barile.
Il limite maggiore a una ripresa solida dei prezzi però, arriva proprio dagli Stati Uniti, maggior produttore mondiale.
A Midland, Texas, che ci sia o non ci sia l’accordo, poco conta. L’attività è in fermento e le estrazioni hanno ripreso a salire, in quanto il processo produttivo ha subito continui miglioramenti anno dopo anno. Infatti, nonostante le quotazioni del petrolio abbiano raggiunto livelli minimi, il calo della produzione di shale oil è stata di gran lunga inferiore alle stime. Rispetto al massimo di 4,4 milioni di barili al giorno toccato nell’estate del 2014, oggi i volumi sono pari a 4 milioni. Le riserve presenti negli Usa sono enormi e con il barile sopra 50 dollari, molte società che avevano ridotto la produzione sarebbero pronte a ripartire. Un’eventuale crescita della produzione americana andrebbe ad aggiungersi ai nuovi livelli produttivi, pari a 32.5 milioni di barili, decisi con l’accordo e che entreranno in vigore da gennaio. Tale quantità era considerata troppo elevata già all’inizio del 2016 ma è stata comunque portata a 33.7 milioni in ottobre. Il riferimento su cui sono stati decisi i tagli è il mese di ottobre, quindi i tagli non farebbero altro che riportare la produzione ai livelli di gennaio, ma con una diversa composizione. L’Arabia Saudita, in sostanza, taglia soltanto 90mila barili (lo 0,9%) invece dei 500mila con riferimento ad oggi.
Il Kuwait ridurrà il 2,1% mentre il Gabon sopporterà un taglio del 12% e il Venezuela del 13,4%. Gli Emirati Arabi aumenteranno del 2,1%, l’Iraq del 2,6% e l’Iran del 22,6% a 3,8 milioni (erano a 3 milioni a marzo e 3,7 milioni il mese scorso). Da questi numeri emerge con evidenza che i vincitori sono Iraq e Iran, soprattutto quest’ultimo, che aveva posto come condizione il diritto a riprendere le quote di mercato precedenti alle sanzioni.
Chi esce sconfitto da quest’accordo è l’Arabia Saudita che ha ottenuto i risultati previsti con la dichiarazione di guerra allo shale oil. Sul piano economico ha perso la guerra contro lo scisto e sul piano politico ha visto rinnovarsi l’influenza di Teheran (Riad era stata tra i più critici riguardo la fine dell’embargo all’Iran) e l’aumento del peso diplomatico di Mosca sullo scacchiere del Golfo. D’altronde Riad ha dovuto accettare l’accordo per cercare di ottenere quotazioni del greggio stabilmente sopra i 50 dollari (il 25% del Pil saudita arriva dal petrolio contro il 7% dell’Iran).

Un ulteriore dato che impensierisce gli analisti è il tetto di produzione individuato a 32.5 milioni di barili. Per l’Opec infatti, rientra in questo tetto la produzione attuale di Indonesia, Libia e Nigeria, ma è opinione di alcuni che la loro effettiva produzione sia sottovalutata. Sull’argomento, la società di consulenza FGE ritiene che ”A meno di futuri incidenti negli oleodotti in questi ultimi due paesi, per mano di terroristi o milizie armate, è probabile che la loro produzione aumenti considerevolmente. Inoltre la produzione dell’Opec per il prossimo semestre sarà molto probabilmente superiore ai 32.5 milioni di barili anche dopo l’entrata in vigore dell’accordo a gennaio”. Se così fosse, l’accordo non riuscirebbe a riportare il prezzo del barile ad un livello di 60-70 dollari. L’ostacolo maggiore è l’effettiva volontà degli stati di collaborare e rispettare gli accordi. Inoltre, la decisione di ridurre la produzione per soli sei mesi e le vaghe promesse dei paesi non-Opec rendono il patto molto instabile. Gli incentivi a non rispettare i livelli di produzione assegnati sono troppo alti vista la dipendenza dell’economia dei paesi membri dall’export di petrolio. E ancora, l’Opec non prevede meccanismi per disincentivare la trasgressione degli accordi da parte dei paesi produttori. Tutti questi fattori rendono molto più probabile un futuro calo del prezzo del barile. Questa possibilità preoccupa il nuovo ministro del petrolio saudita, Khalid al-Falih, che recentemente ha dichiarato come l’Arabia Saudita, per raggiungere di nuovo i 70 dollari al barile, debba prima drasticamente ridurre la produzione di 1 milione di barili al giorno per almeno un anno, se non di più. Il cartello avrebbe bisogno che tale mossa fosse eseguita da un paese leader in grado di assorbire gli effetti negativi a breve che ne conseguirebbero. Questo è quello che tutti si aspettano, ma è una mossa politicamente inattuabile per Riad, vista la sua incapacità di diversificare la propria economia.

Molti operatori di mercato stanno sminuendo le conseguenze dell’accordo: “Noi crediamo che i livelli di produzione per il prossimo anno saranno in linea con quelle che erano le nostre aspettative, indipendentemente dall’evento di mercoledì”. Queste le parole provenienti da Barclays, dove si ritiene l’accordo utile più per la reputazione dell’Opec che non per il mercato del petrolio stesso.

Infine, l’accordo viene letto come la fine di uno dei cartelli più influenti del mondo, che dopo 50 anni di controllo del prezzo del petrolio, si trova a dover sottostare alle regole di un mercato più globalizzato e competitivo.

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One thought on “La fine dell’Opec si sta avvicinando?

  1. Nel mentre l’esaurimento cammina inesorabile. Ad un certo punto comincerà a fare effetto.

    Ci sono i segnali fiscali: l’Arabia Saudita sta introducendo, per la prima volta nella sua storia, un sistema di tassazione simile al nostro. Mettono su l’IVA perché la revenue da idrocarburi perde colpi, e soprattutto perché sanno che la situazione può peggiorare. Chi vuol intendere intenda.

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