Il traffico di armi in Libia e il suo ruolo per l’ISIS

di Edoardo Corò

 

 

La Libia è stata un importante attore nel teatro globale del contrabbando e del terrorismo per molti anni, anche prima che Gheddafi fosse rovesciato nel 2011. Sotto il suo regime, il traffico di armi era fiorito grazie alla protezione di Tripoli: da un lato il governo Libico finanziava organizzazioni terroristiche, si ricordi specialmente l’IRA; dall’altro la protezione politica del regime aveva permesso ad alcune tribù vicine a Gheddafi di trafficare lungo il confine Libico.

Pochi mesi dopo l’inizio della rivoluzione inoltre, la maggioranza delle riserve governative di armi  erano state saccheggiate da miriadi di fazioni ribelli e gruppi criminali. Per i trafficanti già impegnati nel traffico di droga e migranti nel Sud del paese, le armi erano necessarie per la protezione dei convogli dai gruppi rivali. Prova ne è il fatto che nel tempo vi è stata un’impennata nei prezzi sul mercato nero libico, dovuta all’aumentare dei costi per la sicurezza: è stato rilevato che il prezzo di un singolo Ak-47 alla fine del 2015 raggiungeva i 13000 Dinari Libici, rispetto al prezzo corrente prima della rivoluzione di 3000 dinari.

ak47
Fig.1: Un modello di AK 47.

Le armi sono state uno dei pilastri dell’attività di contrabbando dell’ISIS negli scorsi anni. In particolare si ritiene che lo Stato Islamico abbia sfruttato la struttura di contrabbando già esistente, imponendo tasse sui traffici: la tariffa normalmente richiesta per passare il confine in Siria è di 800 dollari, ed è molto probabile che un dazio simile venisse richiesto in Libia. Il Califfato, che all’inizio del 2016 controllava una vasta area della costa Libica, compresi centinaia di chilometri attorno a Sirte e Derna e parte della città di Benghazi, aveva anche molti distaccamenti in altre città, come Tripoli, Misurata e Sabrata. La presenza in questa enorme aree ha reso semplice per lo Stato Islamico guadagnare il controllo su diverse rotte di contrabbando, sia da Ovest verso Est che viceversa, e da Sud a Nord e viceversa: in questo modo le milizie dell’ISIS riuscivano a imporre facilmente dazi e ad offrire protezione in cambio di denaro. Risulta quindi fondamentale capire il contesto del traffico d’armi in Libia, che è diventata il più importante snodo in Medio Oriente e Nord Africa dopo la caduta di Gheddafi.

Quando la guerra civile è cominciata nel 2011, una delle prime e peggiori preoccupazioni delle intelligence occidentali è stata la sicurezza dell’immenso arsenale delle forze armate Libiche, consistente di diversi tipologie di armi da fuoco, tra cui fucili d’assalto e lancia razzi, MANPAD, artiglieria anti-carro e anti-aerea, esplosivi e armi chimiche. Sebbene i Paesi occidentali avessero preso alcuni provvedimenti per neutralizzare i depositi, i risultati furono mediocri: i principali depositi dell’esercito furono saccheggiati fin dall’inizio della rivoluzione. Questo arsenale sembrerebbe aver trovato la sua via anche verso altre zone di conflitto: fucili FN-2000 e AK-103, comprati da Gheddafi negli anni 2000, sono stati ritrovati in uso da Boko-Haram in Nigeria e dalle Brigate Al-Quds in Palestina. Similmente, diverse armi anti-carro e anti-aeree di epoca sovietica sono state trovate dalle autorità Libanesi a bordo della Leftallah II, una nave trafficante partita dalla Libia.

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Fig.2: Un modello di FN 2000.
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Fig. 3: Un modello di AK 103.

Durante il conflitto inoltre il numero di armi disponibile aumentò grazie ai rifornimenti provenienti da vari paesi stranieri, primo fra tutti il Qatar. Anche se molte di queste armi erano dirette a fazioni combattenti, un numero considerevole si riversò sul mercato nero, venendo venduto ad organizzazioni in tutto il mondo. Di ciò vi sono molti esempi, come il missile anti-carro francese MILAN, utilizzato da Francia e Qatar e parte degli aiuti dei due paesi alle milizie rivoluzionarie: esemplari furono ritrovati in mano a gruppi islamisti in Mali. Un altro esempio è il fucile d’assalto FAL, in dotazione al Qatar e parte dei rifornimenti alle milizie libiche: alcuni FAL sono stati ritrovati nelle mani dell’ISIS in Siria. Come mostra l’episodio della nave Haddad 1, anche armi Turche sono arrivate in Libia: il mercantile, che si dirigeva dalla Turchia a Misurata, fu fermato vicino a Creta dalle autorità greche, che trovarono un grande rifornimento di armi da fuoco a bordo. Inoltre, si ritiene che siano arrivate in Libia anche armi dai Balcani, come sembrerebbe suggerire il rapimento di due cittadini serbi “collegati al traffico di armi”, usando le parole del Primo Ministro serbo: i due uomini erano tenuti in ostaggio dall’ISIS quando furono uccisi da un bombardamento americano.

 

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Fig. 4: Il missile anti-carro francese MILAN.

Come suggeriscono gli esempi fin qui riportati, ci sono diverse rotte principali che arrivano e partono dalla Libia. Le armi viaggiano da Ovest verso Est, sia via terra, attraverso Egitto e Sinai verso la Palestina, sia attraverso il Mar Mediterraneo, verso la Turchia, la Siria e il Libano. Tripoli, Misurata e Benghazi sono i porti più importanti per le rotte marittime di contrabbando. Inoltre, l’assenza di controlli sui confini meridionali e occidentali ha reso più semplici i traffici di armi verso la Tunisia e l’Algeria a Est e verso la Nigeria, il Mali e il resto del Sahel a Sud. In questo panorama, il traffico di armi ha giocato un ruolo importante nel rafforzare i legami tra diversi gruppi terroristici regionali. Il mercato di frodo non ha visto quindi solo vendite al miglior offerente, ma anche l’utilizzo del contrabbando come strumento per tessere rapporti con vecchi e nuovi alleati strategici. In aggiunta a ciò, va ricordata la crescente importanza di Facebook come bazaar virtuale per la vendita di armi, che rende ancora più semplice lo scambio illegale di armi: sono state documentate migliaia di transazioni online su gruppi segreti creati sul noto social network, che sfortunatamente per combattere il fenomeno al momento si può avvalere esclusivamente delle segnalazioni degli utenti.

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