La Realpolitik energetica russa

di Enrico Ellero

 

Il 13 novembre 2009 il governo russo approva il documento programmatico “Energy strategy of Russia for the period up to 2030”, nel quale vengono definite le linee guida della politica energetica nazionale ed internazionale per gli anni a venire. Gli obiettivi principali del Cremlino sembrano essere due: sviluppare il terziario per rendere il paese meno dipendente dall’oil & gas e diversificare l’export energetico raggiungendo nuovi mercati, mantenendo tuttavia relazioni stabili con i partner storici.

Chiaramente, per un paese con un forte surplus commerciale nel settore dei beni, ma con un notevole disavanzo in quello dei servizi, dovuto appunto all’assenza di un terziario sviluppato, affrancarsi progressivamente dalla “schiavitù delle risorse” e dai rischi ad essa associati dovrebbe essere l’assoluta priorità. Tuttavia ciò richiede un impegno costante nel lungo periodo e riforme strutturali radicali capaci di dare un impulso allo sviluppo di nuovi settori meno energy-intensive. Il secondo obiettivo, la diversificazione geografica dell’export, appare perciò decisamente più alla portata di Mosca nell’immediato.

 

Attualmente l’Europa rappresenta ancora il principale mercato energetico per la Russia: proprio per questo i più importanti progetti infrastrutturali, proposti, pianificati o già in corso d’opera, sono rivolti al Vecchio Continente. L’obiettivo è quello di ampliare ulteriormente il network di gasdotti che dalla Siberia, dall’Asia Centrale e dal Baltico si spinge fino al cuore dell’Europa continentale e balcanica, rifornendole per circa il 30% del loro fabbisogno. Tale quota tuttavia non è omogenea: l’Europa occidentale non dipende in maniera esclusiva dal gas russo, mentre nei paesi baltici e nell’Est Europeo, Gazprom ha sostanzialmente il monopolio delle forniture. Ciò naturalmente rafforza il potere contrattuale russo nei confronti di stati storicamente in pessimi rapporti con Mosca, ma di fatto legati in maniera imprescindibile all’ingombrante e sgradito vicino.

 

I tre progetti più importanti che la Russia ha in cantiere non riguardano però l’Europa orientale, già saldamente controllata, bensì quella occidentale e balcanica: si tratta di Nord Stream 2, una seconda linea che ricalca il percorso seguito da Nord Stream, collegando Russia e Germania attraverso il Baltico; Eastring Pipeline, un progetto a guida slovacca, ma strategicamente importante per Mosca poiché permetterebbe di collegare il Mar Nero con l’Europa centrale e in particolare con la gigantesca pipeline Yamal-Europe e infine Turkish Stream, sul quale vale la pena spendere qualche parola in più.

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L’intenzione di realizzare un gasdotto in gran parte sottomarino che dalle coste russe sul Mar Nero arrivasse fino alla parte europea della Turchia fu annunciata da Vladimir Putin nella visita di stato ad Ankara il 1 dicembre 2014, decretando allo stesso tempo la fine di un importante progetto precedente chiamato South Stream, nel quale oltre a Gazprom erano coinvolte anche l’Eni, la francese Edf e la tedesca Wintershall. Per quale ragione ci fu questo cambio di rotta?

Secondo Alexey Miller, CEO di Gazprom e fedelissimo di Putin, l’Unione Europea non si era dimostrata sufficientemente collaborativa e interessata alla realizzazione dell’opera, ma in realtà le cause sono molteplici: i rapporti molto tesi tra l’Ue e Mosca per la crisi ucraina e le conseguenti sanzioni che hanno bloccato il credito delle banche internazionali all’industria russa, il costo stimato decisamente proibitivo (intorno ai 50 miliardi di euro) e infine la legislazione europea, il cosiddetto “Terzo pacchetto energia”, che prevede che le attività di produzione, trasporto e distribuzione ai mercati finali del gas non possano essere gestite dalla stessa società in territorio comunitario, perciò Gazprom avrebbe dovuto necessariamente chiedere un’esenzione (come per parte di Nord Stream), che tuttavia non venne concessa.

La scelta ricadde dunque sulla Turchia di Erdogan e su un’infrastruttura dalle stesse capacità di South Stream, 63 miliardi di metri cubi l’anno, denominata Turkish Stream. La deadline prevista per la costruzione di quest’opera, che teoricamente dovrebbe rifornire attraverso due distinte ramificazioni sia il mercato turco che quello europeo, è il 2019.

Esiste un filo conduttore che lega Turkish Stream a Nord Stream 2? Perché proprio il Mar Nero e il Mar Baltico? L’unico elemento che accomuna queste due rotte è che entrambe bypassano un paese da sempre centrale nelle forniture russe all’Europa, l’Ucraina. Tale mossa è chiaramente un tentativo di ridurre l’importanza strategica di Kiev per l’Europa, garantendosi canali di fornitura più sicuri e meno esposti al rischio di futuri attriti. A perderci, oltre all’Ucraina, sono quei paesi dell’Est Europa, come Romania, Moldavia e Bulgaria, che incassano i proventi delle tasse di transito e che si troverebbero in una posizione molto più marginale rispetto a prima.

Numerose critiche a Nord Stream 2 e alla Germania, accusata di doppiogiochismo verso Mosca,  sono giunte invece dai paesi baltici, dalla Polonia e dagli Stati Uniti, preoccupati che tale progetto possa ulteriormente favorire la supremazia energetica russa sul continente.

 

Attualmente l’unica minaccia seria allo strapotere russo sembra essere il Trans-Adriatic Pipeline (TAP), un gasdotto in fase di costruzione che terminerà in Puglia e che porterà, attraverso la mediazione del Trans-Anatolian Pipeline (TANAP), il gas azero in Europa. Un duro colpo per Gazprom, intenzionata a portare a termine un progetto offshore alternativo denominato Poseidon per collegare Italia e Grecia, ma non duro abbastanza da un punto di vista quantitativo per intaccare il primato russo nell’import europeo. La capacità prevista per il TAP è infatti di 10 miliardi di metri cubi l’anno, ben poca cosa se confrontata con quella di Nord Stream (55 miliardi), Northern Lights/ Yamal-Europe (circa 60 miliardi in totale) o lo stesso Turkish Stream (63 miliardi).

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Fig. 1: TAP e TANAP.

 

Con un volo pindarico passiamo ad analizzare i driver della politica energetica russa a livello extraeuropeo, concentrandoci su un’altra commodity: il petrolio.

La Russia, pur non essendo membro dell’Opec, è uno stakeholder fondamentale che da anni collabora con il cartello, svolgendo un ruolo talvolta da mediatore. Mosca infatti ha sviluppato un legame solido con l’Iran, ma allo stesso tempo ha avviato una relazione bilaterale con l’Arabia Saudita, il paese guida dell’organizzazione, nonostante le forti divergenze in ambito geopolitico. L’intesa firmata dai due ministri dell’Energia in occasione del G-20 di Hangzhou in tal senso è esemplificativa: Russia e Arabia si impegnano ad “espandere ulteriormente le relazioni in campo energetico”, consapevoli del loro ruolo da protagoniste nello scacchiere internazionale.

Mosca, inizialmente disponibile soltanto a congelare la produzione ai livelli record raggiunti quest’anno, dopo il vertice Opec del 30 novembre si è detta invece pronta a tagliare l’output di 300.000 barili al giorno, assecondando la volontà dei sauditi e degli altri paesi del Golfo. Segno che l’asse Mosca-Riyad sta funzionando e potrebbe rafforzarsi a danno del cartello stesso. I due paesi hanno poi un nemico comune, che sembrava moribondo, ma sta lentamente tornando in gioco: lo shale oil americano. Molti impianti di upstream, dopo una lunga fase di inattività dovuta al crollo dei prezzi, sono nuovamente operativi e se il prezzo si dovesse stabilizzare intorno ai 55/60 dollari al barile lo shale potrebbe davvero rappresentare un serio problema per i russi e per l’Opec.

 

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Figura 2: il ministro dell’Energia saudita Khalid Al Falih e il suo omologo russo Alexander Novak.

Consci del fatto che il Medio Oriente non può diventare un’area di “espansione energetica”, essendo già ricchissimo di idrocarburi, i russi hanno rivolto lo sguardo ancora più ad est, verso i giganti India e Cina.

In India Rosneft acquisirà il 49% di Essar Oil, una delle maggiori aziende oil & gas del paese, e potrà usufruire della raffineria di Vadinar, nella regione del Gujarat, porto strategico fra Oceano Indiano e Golfo Persico. Ma l’affare Essar-Rosneft non è l’unico successo portato a casa da Vladimir Putin nell’incontro con il primo ministro Modi del 15 ottobre: Gazprom e Engineers India hanno firmato un MoU per studiare una possibile realizzazione di un ciclopico gasdotto russo-indiano che dalla Siberia arriverebbe fino all’India settentrionale. Un progetto costosissimo e dalle notevoli difficoltà tecnico-logistiche (dovrebbe presumibilmente passare per l’Himalaya), ma che denota la precisa volontà da parte russa di avviare importanti partnership con un paese la cui domanda energetica è in rapida crescita.

Con la Cina invece ci sono diversi affari in corso, come la costruzione dei gasdotti Power of Siberia (Rotta Orientale) e Altai (Rotta Occidentale), che stando agli accordi siglati a partire dal maggio del 2014 garantirebbero consistenti forniture trentennali a Pechino. Naturalmente, il fatto che Putin abbia cominciato a “scommettere” sul Dragone nel 2014 non è casuale: in un momento di grande tensione con l’Europa e gli Stati Uniti per la guerra in Ucraina, era indispensabile trovare nuovi partner che potessero finanziare l’industria russa colpita profondamente dalle sanzioni occidentali. L’avvicinamento tra il principale esportatore di GNL e il principale consumatore è sicuramente un dato interessante, ma ciò non deve far pensare ad un’alleanza tra i due paesi, bensì ad un semplice rafforzamento delle relazioni bilaterali volto a soddisfare bisogni di natura economica più che strategica.

 

Pare dunque che esistano due Russie: quella della Machtpolitik, che mostra i muscoli al mondo, in Siria, nel Mediterraneo e nell’Est Europa, aggressiva e incline allo scontro e quella della Realpolitik energetica, che riesce a tessere legami anche con quei paesi, come la Germania, l’Arabia Saudita o la Turchia, con cui si era scontrata ferocemente per ragioni geopolitiche e strategiche.

 

 

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