Gli Stati Uniti nel mondo: l’eredità della politica estera dell’amministrazione Obama

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di Stefano Polimeni

 

Barack Obama sta per lasciare la Casa Bianca dopo otto anni di presidenza. Un periodo lungo che ha visto la sua amministrazione affrontare sfide complesse, dalla più grave crisi economica dal 1929 alla lotta al terrorismo jihadista, dal disgelo con l’Iran alle nuove tensioni con la Russia di Putin. Oggi, alla vigilia del suo passaggio di testimone a Hillary Clinton o Donald Trump, la presenza degli Stati Uniti nel mondo è cambiata rispetto ad otto anni fa: nel rapporto con gli alleati storici, nell’affrontare le tensioni geopolitiche mediorientali, nell’approccio politico verso Paesi come Russia e Cina. Risulta quindi fondamentale analizzare quanto i risultati raggiunti siano consistenti con le premesse e i propositi del Presidente mostrati all’inizio del suo mandato.

 

Le intenzioni

Barack Obama si presenta alle elezioni presidenziali del 2008 con un programma di politica estera in sostanziale contrasto con quello dell’amministrazione Bush uscente. Partendo dall’affermazione del principio secondo cui gli Stati Uniti non possano essere più “the World’s policeman”, il Presidente si pone dinnanzi all’establishment americano con l’intenzione di segnare una netta discontinuità con il passato. Più enfasi viene data all’utilizzo della diplomazia come mezzo di risoluzione delle più importanti crisi geopolitiche a scapito di un diffuso militarismo che ha caratterizzato la presidenza precedente. Un atteggiamento decisamente più prudente e che ridefinisce l’ambito di utilizzo della forza militare, privilegiando il ricorso agli air strikes dei droni o alle operazioni delle forze speciali.

 

La volontà del neo Presidente di cambiare la reputazione degli Stati Uniti in Medio Oriente, sulla quale hanno certamente pesato i conflitti in Iraq e Afghanistan, spinge l’amministrazione ad un graduale disimpegno nell’area. Si ritiene infatti che altre regioni, soprattutto quella asiatica, siano più attrattive nei confronti degli interessi economici e politici americani, e pertanto necessiterebbero di più attenzione rispetto alla polveriera mediorientale.

Partendo da questi presupposti, fin dall’inizio la politica estera di questa amministrazione sembra non tenere in considerazione il consueto e decennale perimetro che definisce gli storici alleati e avversari. Il multipolarismo e le nuove minacce internazionali spingono gli Stati Uniti a rivedere i propri interessi, e i rapporti con Paesi come Cina, Cuba, Iran, Russia, ma anche Arabia Saudita e Israele, ne sono necessariamente influenzati. Tuttavia, se le intenzioni di politica estera sono state ben definite fin dal principio, il modo con cui esse si sono concretizzate nel corso di questi otto anni non è sempre stato altrettanto chiaro e coerente con le strategia messa in campo.

 

Il Medioriente

La questione mediorientale è senza dubbio quella che viene fatta pesare maggiormente nel giudizio complessivo della politica estera di questa Presidenza. Le ragioni sono molteplici, ma sarebbe riduttivo considerare soltanto l’approccio politico adottato in questa regione dagli Stati Uniti nel periodo 2008-2016. Infatti, su di esse influiscono, tra gli altri: fattori storici irrisolti come il perenne scontro tra sunniti e sciiti, la pesante eredità degli interventi militari in Iraq e Afghanistan; l’uccisione di Osama Bin Laden nel 2011 e il ridimensionamento di Al Qaeda rispetto al peso odierno dell’autoproclamato Stato Islamico; le conseguenze della Primavera Araba; e infine l’evoluzione degli interessi economici e strategici nell’area che hanno fatto ormai saltare le tradizionali alleanze che hanno caratterizzato il Medio Oriente per anni.

 

Il discorso di Obama del 4 giugno 2009 all’Università del Cairo avrebbe dovuto segnare l’inizio di un nuovo rapporto tra gli Stati Uniti e l’Islam. La speranza che anche tra i musulmani si potesse promuovere un Islam laico e politico, capace di porre dinanzi a tutto i valori propri della democrazia e dei diritti umani viene ampiamente tradita dalle conseguenze della Primavera Araba. La Libia, ad esempio, a distanza di cinque anni è ancora nel caos. In quell’occasione è stata evidente una mancanza di leadership e di visione che ha portato i paesi europei più influenti nella regione, Regno Unito e Francia, a deporre il regime di Gheddafi intervenendo militarmente sotto l’egida della Nato, ma senza aver pianificato alcuna prospettiva politica per il Paese. Ed è lo stesso Presidente Obama ad aver riconosciuto più volte gli errori di valutazione del Dipartimento di Stato in quell’occasione, forse troppo debole dinanzi al prevalere degli interessi economici degli alleati europei in quel Paese. Quanto all’Egitto, invece, in nome della stabilità di uno Stato chiave di oltre 80 milioni di abitanti, si è finito per accettare l’autorità del Generale Al-Sisi che nel 2013 ha deposto con un colpo di Stato il governo della Fratellanza Musulmana. Di fatto, un completo cambiamento di strategia rispetto alle parole pronunciate nella capitale egiziana nel 2009, principalmente frutto della volontà di evitare un altro scenario siriano e una guerra civile che non avrebbe che favorito il sedicente Stato Islamico o altri gruppi terroristici jihadisti.

 

La Siria rappresenta oggi il dossier più delicato che il successore di Barack Obama dovrà affrontare. In questo caso, i maggiori problemi derivano dall’essersi interessati della questione siriana soltanto quando il contesto politico nel Paese era ormai compromesso. Il celebre pronunciamento di Obama dell’agosto del 2012 sulla “red line” da non oltrepassare, ovvero che l’utilizzo di armi chimiche da parte di Assad contro la popolazione avrebbe comportato una risposta militare americana, rappresenta un fattore cruciale che contribuisce a spiegare alcuni aspetti peculiari della politica estera di questa Presidenza. Quando un anno dopo il dittatore siriano oltrepassa quella linea, la reazione di Washington non è stata quella che tutti si aspettavano dalla principale potenza mondiale.

La più grande fonte di criticismo in questo contesto è rappresentata dalla scelta del Presidente Obama di non intervenire con attacchi aerei contro obiettivi strategici siriani in risposta ai crimini di guerra compiuti da Assad, ma soltanto attraverso l’utilizzo della diplomazia secondo due diversi canali: l’intervento sanzionatorio delle Nazioni Unite da una parte; riportare la Russia al tavolo delle trattative per favorire l’eliminazione delle armi chimiche siriane dall’altra. Una scelta che mette in luce due questioni tra loro collegate: la credibilità internazionale degli Stati Uniti e la coerenza delle intenzioni politiche originarie di inizio mandato.

Ebbene, il Presidente Obama, con quella valutazione oggetto di ampi contrasti tra tutte le anime governative, pone gli Stati Uniti dinanzi ad una scelta di rottura con il passato. Non aver agito secondo quanto promesso è abbastanza raro per questo Paese e da un lato potrebbe mostrare l’indecisione e la mancanza di coraggio nel perpetrare un intervento militare, ma dall’altro questo atteggiamento di prudenza, forse eccessiva secondo gli stessi esponenti democratici più interventisti come Hillary Clinton e il Segretario di Stato attuale John Kerry, è un fattore comune a tutte le scelte di politica estera di questa amministrazione. Dunque, le buone intenzioni che avevano l’obiettivo di scongiurare che da quel Paese potesse uscire un nuovo Iraq per gli Stati Uniti, si sono purtroppo tramutate nell’attuale polveriera siriana: un’enorme mancanza di leadership internazionale che ha portato il governo di Assad appoggiato da Russia e Iran a combattere contemporaneamente contro le milizie moderate antigovernative parzialmente supportate dalla Turchia, contro i curdi e contro i gruppi terroristici affiliati allo Stato Islamico e ad Al Nushra.

Va anche detto che la Siria non rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza nazionale americana e pertanto, secondo il principio affermato ad inizio mandato che gli Stati Uniti non possono occuparsi della risoluzione di ogni crisi internazionale, un intervento militare non è stato ritenuto auspicabile. Il punto critico riguarda dunque la portata di tali tensioni internazionali. Forse essa avrebbe richiesto un approccio più incisivo da parte degli Stati Uniti come leader del mondo occidentale, mettendo da parte il mero interesse americano nella questione siriana.

 

Alleati e avversari: vecchi e nuovi

I fatti iraniani e cubani rappresentano la determinazione di questa amministrazione nel segnare una significativa discontinuità con il passato sostenendo con forza l’utilizzo dei canali diplomatici per porre fine a due contrasti decennali. Nel primo caso, soprattutto, l’aver ridato legittimità all’Iran con l’accordo sul nucleare, accettandolo come interlocutore in Medio Oriente, ha necessariamente influito sui rapporti con due storici alleati: Arabia Saudita e Israele.

Ai sauditi, strenui oppositori del disgelo, viene imputata soprattutto una certa ambiguità nella lotta all’Isis e una politica aggressiva verso le minoranze sciite nel Golfo Persico, principalmente frutto del timore di vedere danneggiati i propri interessi economici legati al petrolio. Quanto ad Israele, invece, i rapporti tra Benjamin Netanyahu e Barack Obama sono sempre stati abbastanza freddi in conseguenza delle molte aperture fatte in questi otto anni dal Dipartimento di Stato verso la Palestina. Tuttavia, nonostante lo scorso anno vi sia stato un intervento critico del Presidente israeliano al Congresso americano contro l’accordo sul nucleare iraniano, Israele rimane oggi lo storico alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente al di là delle divergenze politiche dei due Presidenti.

 

Il Pacifico, fin dalle intenzioni originarie avrebbe dovuto rappresentare quel ribilanciamento della politica estera americana che ha visto spostare il proprio maggiore impegno dal Medio Oriente all’area asiatica particolarmente appetibile dal punto di vista economico. In questo contesto si inseriscono le complesse relazioni diplomatiche con il governo cinese che si sono progressivamente estese negli ultimi anni. Diversi dossier sono stati affrontati in ben undici incontri bilaterali che hanno portato a risultati economici importanti come la Trans-Pacific Partnership o l’accordo sul cambiamento climatico. Rimangono invece aperte alcune controversie delicate come la disputa sul Mar Cinese Meridionale o le politiche aggressive cinesi nel settore della cybersecurity. Detto questo, il peso della Cina sull’economia statunitense è particolarmente elevato, soprattutto in termini di “sicurezza economica”. Pertanto non stupisce la scelta del Presidente Obama di dare maggiore peso al continente asiatico nella politica estera complessiva di questi otto anni.

 

Infine, la Russia di Putin, nell’immaginario del Presidente, non avrebbe dovuto rappresentare una concreta minaccia agli Stati Uniti. E non lo è neppure nel dibattito per la rielezione contro Mitt Romney nel 2012 quando Obama riafferma che sono altri i pericoli concreti alla sicurezza americana. Tuttavia, il ruolo di Putin al fianco di Assad, le recenti tensioni nell’Europa orientale con la Nato, il nuovo rapporto con Erdogan, gli ultimi attacchi cyber volti a influenzare la campagna presidenziale imputati ai russi dalle autorità americane, sono soltanto alcuni fattori che confermano un attivismo senza precedenti dalla fine della guerra fredda. La crisi economica in quel Paese pone Putin di fronte alla necessità di “esternalizzare” questo problema concentrando tutta l’attenzione sul rapporto con l’occidente. In questo scenario, la strategia di Obama fin dal 2013 è stata quella di portare la Russia al tavolo delle trattative per la Siria, cercando di far sì che Putin potesse favorire la successione di Assad così come auspicato dagli Stati Uniti. Come già analizzato, la situazione siriana è tutt’altro che semplice, ma appare evidente quanto la Russia stia cercando di approfittare di un enorme vuoto politico nell’area per rafforzare la propria presenza nel Mediterraneo e per rompere il presunto e contestato “accerchiamento” della Nato.

 

In conclusione, la portata delle sfide affrontate in questi otto anni di amministrazione rendono difficile dare un giudizio univoco sulla politica estera portata avanti da Barack Obama. Valutazione che cambia in modo sostanziale se adottassimo una visione che consideri come obiettivo finale il mero perseguimento degli interessi economici, politici e strategici americani o se scegliessimo una prospettiva novecentesca che vedrebbe negli Stati Uniti la principale potenza militare leader nel mondo che, in quanto tale, avrebbe il dovere di intervenire dove necessario.

Soltanto nel secondo caso potremmo affermare che il graduale disimpegno mediorientale abbia contribuito a dare alle potenze regionali la forza di imporsi nel perseguire i propri interessi a scapito della stabilità dell’intera area. Tuttavia, va anche rilevato che il passaggio dal bipolarismo della Guerra Fredda al multipolarismo attuale consegna agli Stati Uniti un compito particolarmente arduo che necessiterebbe dell’appoggio di un secondo attore politico di peso: l’Unione Europea. L’assenza di una politica estera comune, la mancanza di unità europea sui principali dossier geopolitici rappresenta un grave vulnus che non fa che indebolire gli Stati Uniti sia nella definizione della loro politica estera sia nella possibilità di darle concretezza intervenendo nelle principali crisi internazionali.

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