La politica estera degli Stati Uniti nell’era di Hillary Clinton

di Giacomo Franco

Il 2 giugno a San Diego, California, l’allora ancora semplice candidata, anche se favorita, alle primarie democratiche Hillary Clinton teneva un discorso sulla politica estera. La prima parte di questo discorso era in realtà esclusivamente dedicata a mostrare come incoerenti e pericolose le posizioni sull’argomento del rivale repubblicano Donald Trump, allora ancora solo superfavorito alla nomination. Citando letteralmente dichiarazioni di Trump quantomeno discutibili, Hillary Clinton appariva riuscire nell’obiettivo di marcare una grande differenza tra la sua esperienza diretta di politica estera e la piuttosto manifesta impreperazione di Trump sul tema. E l’esperienza della Clinton, prima first lady politicamente assai influente durante i mandati presidenziali del marito Bill (gennaio 1993 – gennaio 2001) poi senatore degli Stati Uniti dal 2001 al 2009, e infine Segretario di Stato di Barack Obama nel primo mandato di quest’ultimo alla Casa Bianca dopo essere arrivata seconda alle primarie dem del 2008, non può essere certo messa in discussione: dal 2009 al 2013, quando ricoprì l’importante ruolo all’interno dell’amministrazione Obama, l’ex first lady visitò 112 Paesi, più di ogni altro Segretario di Stato nella storia degli Stati Uniti. Nella seconda parte del discorso di San Diego, continuando a criticare le posizioni di Trump confrontandole con le sue, la Clinton ha invece delineato le linee guida che determinerebbero la sua politica estera da Presidente:
1. Rinforzarsi in patria, rinvigorendo l’economia con investimenti in infrastrutture, educazione ed innovazione;

2. Confermare e rinsaldare il rapporto con gli alleati;

3. Prevenire, soprattutto con la diplomazia e con strumenti di strategia economica, le minacce prima che colpiscano direttamente gli Stati Uniti;

4. Mostrarsi fermi ma assennati con gli avversari come Russia e Cina;

5. Sviluppare piani realistici per contrastare il terrorismo.

In particolare, la Clinton ha portato come esempi virtuosi di alleanza quella con Giappone e Corea del Sud di fronte alle minacce della Corea del Nord, e ha difeso in modo convinto l’accordo raggiunto con l’Iran per impedirgli di ottenere armi nucleari, estremamente voluto da Obama. In effetti, è impressione comune che la strada della prudenza tracciata da Obama in politica estera influenzerebbe sicuramente la Clinton se a gennaio 2017 dovesse insediarsi come nuova inquilina della Casa Bianca, anche se proprio all’interno del governo Obama lei si distingueva come una degli esponenti più interventisti, a suo tempo favorevole sia ad un’allargamento del surge in Afghanistan del generale McChrystal rispetto a quello approvato dal presidente nel 2009, che a operazioni sotto copertura preventive (nel 2012) in Siria per armare i ribelli anti Assad, ma anche ad un maggior coinvolgimento americano nelle operazioni militari che determinarono la fine del regime di Mu’ammar Gheddafi in Libia nel 2011. Un “falco” prudente, dunque?

I consiglieri

Non è un caso, comunque, se la maggioranza dello staff di politica estera della campagna presidenziale della Clinton proviene da esperienze nell’amministrazione Obama, a cominciare da Jake Sullivan, diplomatico del Dipartimento di Stato di 39 anni e responsabile del gruppo, che dopo aver ricoperto lo stesso ruolo nella campagna delle primarie dell’allora senatrice di New York nel 2008, diventò suo vice capo di gabinetto quando la Clinton divenne Segretario di Stato e fu da lei posto come consulente proprio nelle trattative dell’Iran Deal, mentre nel secondo mandato di Obama lavorò nell’ufficio del Vicepresidente Biden. La responsabile del Medio Oriente e di Islam dello staff è invece Laura Rosenberg, 35 anni, anche lei proveniente da una brillante carriera al Dipartimento di Stato. Del rapporto con Israele, di cui è un convinto sostenitore, si occupa invece Andrew Shapiro, 48 anni, che come assistente della Clinton agli affari politico-militari aveva la stessa delega durante il primo mandato di Obama, per poi fondare Beacon Global Strategy, un pensatoio bipartisan su politica estera e strategia sia con altri esponenti dell’amministrazione Obama che con diplomatici dell’era Bush. Dopo aver lavorato come consigliere alla sicurezza nazionale durante la presidenza di Bill Clinton e poi per la campagna presidenziale di Obama del 2008, James Steinberg, 62 anni, divenne vice Segretario di Stato della Clinton e suo responsabile per l’area Asia-Pacifico, ruolo che mantiene nella campagna presidenziale democratica. Inoltre, vari gruppi di lavoro sono coordinati da ex funzionari con esperienza diretta, ad esempio quello su Europa e Russia dall’ex ambasciatore in Russia Michel McFaul e quello sul contrasto al terrorismo dall’ex ufficiale dell’Homeland Security Rand Beers. Oltre a questi suoi consiglieri, Hillary Clinton si avvale della collaborazione alla sua campagna anche di alcune personalità di primo piano, come Madeleine Albright, Segretario di Stato di suo marito Bill negli ultimi anni ‘90, e Leon Panetta, ex segretario alla Difesa di Obama e direttore della CIA, ma anche il suo candidato vicepresidente, Tim Kaine, membro democratico di spicco della Commissione Relazioni Internazionali del Senato. Proprio l’ampiezza di questo network di consiglieri e ricercatori era stata un vanto della Clinton rispetto alla campagna, piuttosto povera sotto questo punto di vista, del suo rivale alle primarie, Bernie Sanders.

Russia

Hillary Clinton varie volte ebbe modo di dichiarare che la sua relazione di Segretario di Stato con Vladimir Putin, che considerava un “bullo” della geopolitica internazionale, era “complicata”. Nel primo periodo del suo incarico governativo la Clinton sotto l’impulso della Casa Bianca lavorò per far ripartire da zero delle relazioni amichevoli e cooperative con la Russia, ma verso la fine del suo mandato l’ex first lady in un rapporto al Presidente considerava questo tentativo sostanzialmente terminato, e consigliava quindi un atteggiamento assai meno accomodante. Dopo il diretto coinvolgimento militare russo in Ucraina nel 2014, con la conseguente annessione russa della Crimea, che nel suo discorso di San Diego la Clinton cita come atteggiamento agressivo della Russia rispetto alla NATO (per lei l’unico argine all’avventato espansionismo russo), è piuttosto plausibile pensare ad una posizione più intransigente verso la Russia dell’ex senatrice rispetto al suo predecessore, qualora lei dovesse vincere a novembre.

Cina e Corea del Nord 

Clinton è stata una costante voce critica nei confronti del rispetto dei diritti umani e della censura di internet in Cina (nel 2010 tenne un importante discorso su questo tema), ma nel mandato al Dipartimento di Stato lavorò per rendere costruttiva “una delle più impegnative relazioni che abbiamo”, come definì quella con la Cina, soprattutto dal punto di vista delle trattative per limitare le emissioni di gas serra, che hanno avuto da poco un risultato con la ratifica bilaterale cinese e americana degli accordi COP 21 di Parigi. L’ex senatrice ha promosso inoltre il meeting annuale che dal 2009 riunisce Stati Uniti e Cina per discutere di aspetti economici e strategici. Tuttavia, la Clinton ha anche dichiarato che gli Stati Uniti non sacrificheranno mai loro valori fondanti per un buon rapporto con la Cina, e che considera “interesse nazionale” degli USA la libertà di accesso e navigazione nel Mar Cinese Meridionale, rispondendo in tal modo di condividere le preoccupazioni di Vietnam e altri Paesi nell’area sulla questione.

Riguardo alla Corea del Nord l’ex Segretario di Stato si è detta favorevole ad un inasprimento delle sanzioni economiche che costringa i nordcoreani a trattare il loro abbandono del programma nucleare, ha inoltre mostrato come mossa riuscita il coordinamento con gli alleati Giappone e Corea del Sud per la difesa comune soprattutto tramite l’installazione di un sistema di difesa missilistica “pronto ad abbattere una testata nordcoreana, se i loro leaders dovessero essere talmente incoscienti da lanciarne una”.

Europa e NATO

Considerando il network di amicizie internazionali americane così come l’Alleanza Atlantica un vantaggio competitivo inviadiato per esempio da Russia e Cina, a differenza del suo sfidante repubblicano Donald Trump, la Clinton frequentemente parla a favore di un mantenimento se non rafforzamento delle alleanze tra USA e stati europei, che visitò più di 50 volte da Segretario di Stato sviluppando conoscenza personale con molti leaders del vecchio continente. Comunque, l’ex senatrice ha più volte espresso la necessità che i Paesi europei monitorino con più attenzione i pericolosi flussi di foreign fighters e coordino maggiormente le informazioni in materia di antiterrorismo. La sua campagna si era anche dichiarata contro la Brexit e favorevole all’unità dell’Unione Europea. Clinton ha anche espresso la necessità di un maggior coinvolgimento militare americano nel quadro europeo della NATO contro l’agressività russa per esempio nel Baltico.

Medio Oriente e ISIS 

Da senatrice, Clinton nel 2002 votò a favore dell’intervento militare in Iraq, attirandosi ricorrenti critiche nelle seguenti campagne presidenziali. Ad oggi, la candidata democratica si è espressa criticando l’impreparazione dell’esercito iracheno nel periodo in cui questo subiva l’avanzata dello Stato Islamico, mentre ha sempre avuto parole di apprezzamento per il lavoro delle milizie curde. Per quanto riguarda proprio il contrasto all’ISIS, l’ex first lady ha manifestato la volontà di espandere a tutto campo l’impegno americano: aumentando gli attacchi aerei e le operazioni di addestramento e supporto delle truppe irachene, ostacolando la propaganda e il reclutamento dei terroristi nei media e in internet, allargando inoltre la portata degli aiuti umanitari statunitensi in Siria, ma anche imponendo una no-fly zone sulla Siria stessa, atto che metterebbe gli USA in conflitto con la Russia che continua a bombardare i ribelli anti Assad.

Malgrado la già citata convinta approvazione convinta dell’Iran Deal promosso da Obama, di cui curò personalmente l’imposizione di crescenti sanzioni economiche che portarono gli iraniani al tavolo delle trattative così come il conseguente inizio delle negoziazioni, la Clinton si è espressa a favore di nuove sanzioni alla Rapubblica Islamica sciita se questa dovesse continuare a ignorare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU testando nuovi missili balistici, e ha inoltre criticato aspramente le modalità di detenzione dei marinai americani catturati per un presunto sconfinamento nelle acque iraniane.

Per quanto riguarda la situazione di Israele, vantando un rapporto (migliore di quello di Obama con il primo ministro Netanyahu) di 25 anni con i leaders dello stato ebraico, l’ex first lady ha dichiarato di condividere le loro preoccupazioni sulla necessità di garantire la sicurezza e l’integrità di Israele, che lei definisce “non negoziabile”, auspicando un’espansione del programma di difesa missilistica sul quale gli USA stanno supportando gli israeliani e di una fornitura americana di tecnologie avanzate che permettano di rilevare e distruggere i tunnel usati da Hamas per infiltrarsi in Israele dalla Stricia di Gaza.

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