La politica estera degli Stati Uniti nell’era di Donald Trump

di Edoardo Gasparoni

 

Per Donald J Trump, l’esperienza e le posizioni espresse nell’ambito della politica estera hanno rappresentato, fin dall’inizio della sua corsa alla nomination repubblicana, uno dei maggiori punti di debolezza, il tallone d’Achille contro cui gli avversari hanno ripetutamente concentrato i loro attacchi per cercare di minare la forza della sua candidatura.

Il magnate newyorkese, infatti, proprio in questo ambito, si è ripetutamente scontrato, direttamente o indirettamente, con i membri più rappresentativi dell’establishment del suo partito, tra cui i due ex presidenti Bush, i Senatori John McCain (Arizona) e Lindsey Graham (South Carolina) e il Governatore dell’Ohio John Kasich.
Durante un dibattito della stagione delle primarie, contestualmente ad un duro scontro con il fratello Jeb, Trump ha attaccato violentemente la decisione di George W. Bush di intervenire militarmente in Iraq. Il tycoon ha definito tale operazione “a big, fat mistake”. Alcuni commentatori hanno intravisto in questa decisa presa di posizione una mossa soprattutto legata alle contingenze politiche attuali, che ha permesso cioè di sottolineare la differenza di vedute rispetto alla sua avversaria nella corsa alla Casa Bianca, Hillary Clinton, che durante il mandato di Senatrice votò favorevolmente alla risoluzione che autorizzava l’intervento.

La visione della politica estera propria del miliardario, sebbene alle volte vaga sulle specifiche azioni da implementare, non difetta tuttavia di una certa sistematicità: durante un discorso tenuto il 26 aprile 2016 al Center for National Interest, Trump stesso ha fornito un’elaborazione delle sue posizioni tenute negli ultimi anni sulle tematiche internazionali. Lontana sia dall’ortodossia repubblicana in materia, sia dall’ internazionalismo falco di Hillary Clinton (manifestato sopratutto durante l’incarico di Segretario di Stato), la “Dottrina Trump” è facilmente sintetizzabile con lo slogan “America First”, veicolo di un messaggio che risuona di echi quasi isolazionisti (ben diverso quindi dall’ immagine di duro, deciso commander in chief che il miliardario ha camaleonticamente dato di sé in altre occasioni, è stato il suo autodefinirsi una colomba, rispetto al falco interventista Clinton).
Una delle primarie conseguenze della teoria appena enunciata riguarda il comportamento che un eventuale Presidente Trump terrebbe nei confronti dei tradizionali alleati degli Stati Uniti: il candidato repubblicano ha infatti più volte messo in discussione sia il ruolo di guida della Nato portato fino ad adesso avanti dal suo paese, sia l’impegno a sostegno dei paesi amici in Estremo Oriente, quali Corea del Sud e Giappone. Alla base di questa profonda revisione della tradizionale gestione delle relazioni internazionali (il magnate ha più volte usato l’espressione “togliere la ruggine dalla politica estera statunitense”) soggiace la convinzione che l’economia Usa non abbia più molto da guadagnare da un mercato globale aperto, di cui stabilità e sicurezza sono necessarie precondizioni. Quindi, perso l’interesse a garantire con la propria forza militare l’attuale ordine mondiale, gli Usa di Trump si renderebbero protagonisti di un notevole disimpegno a livello globale. Tuttavia, quanto detto finora è notevolmente mitigato da un altro degli ingredienti principali della ricetta politica del newyorkese: il Deal, ovvero la trattativa, l’arte del compromesso di cui Trump si dice maestro (“this country needs somebody that’s a dealmaker”). Esempio di questo principio è la sua posizione verso la Cina, enunciata sul sito ufficiale della campagna: gli accordi negoziati da Bill Clinton, come l’inclusione della Repubblica Popolare nel WTO, sono fallimentari e gli Stati Uniti dovranno rafforzare la loro economia, l’esercito e riportare immediatamente la Cina al tavolo negoziale. La minaccia di “abbandonare a sé stessi” molti alleati a bassa spesa per la difesa è vista come una base negoziale, un punto di partenza per delle relazioni differentemente impostate. Infatti, The Donald mira ad ottenere dagli alleati che usufruiscono della protezione yankee dei “rimborsi” adeguati, una maggior compartecipazione alle spese militari che a suo dire gli Usa non possono e non devono più sostenere da soli. L’America manterrà il suo ruolo quindi, ma solo e soltanto con un nuovo patto che Trump vorrebbe negoziare. In una recente intervista al New York Times, quest’ultimo è arrivato ad adombrare la possibilità di un non intervento in caso di aggressione subita da un paese aderente al Patto Atlantico, qualora questo non abbia onorato l’impegno nelle spese militari richiesto (in particolare, su domanda dell’intervistatore, si riferiva alle Repubbliche Baltiche). In definitiva, come in molti altri ambiti, non è agevole conoscere a priori quale sarebbe il comportamento di un Presidente Trump di fronte ad una situazione specifica, vista l’enfasi posta sulla “rinegoziazione” e le affermazioni talvolta vaghe dello stesso, che sostiene assai di frequente di “non voler scoprire le sue carte”, non rivelando così le sue idee precise.           In molti interventi, Trump ha fatto seguire polemiche contro il Presidente Obama e l’abitudine di annunciare le future mosse in conferenza stampa, soprattutto sulle questioni mediorientali.
La talvolta eccentrica novità delle proposte di Trump sorprende anche quando si passa ad analizzare i rapporti con i Paesi tradizionalmente lontani dall’amicizia di Washington: per degli alleati considerati alla stregua di fastidiosi freeriders, ci sono degli avversari da rivalutare. È questo il caso della Russia guidata da Vladimir Putin, con cui il tycoon ha più volte dichiarato che “andrebbe d’accordo”; affermazioni controbilanciate da altre più fredde, per non urtare troppo la sensibilità di buona parte dell’elettorato, inevitabilmente turbato dal fantasma dell‘URSS, l’“Evil Empire” di reaganiana memoria. Permane tuttavia una certa simpatia, peraltro abbondantemente ricambiata dal Presidente russo.
L’auspicato avvicinamento con la Russia prenderebbe probabilmente corpo, in termini immediati, in una stretta collaborazione per porre fine all’ esistenza dell’autoproclamato Stato Islamico. Coerentemente con i toni demagogici sinora utilizzati durante la sua campagna, il miliardario ha più volte proclamato che non ci sarà nessuno più duro di lui contro i terroristi del Califfato, sebbene a precise domande riguardanti le modalità di un eventuale intervento abbia sempre risposto in modo evasivo, tanto da affermare, nella già citata intervista del NYT, che non intende rivelare le sue idee nello specifico. In ogni modo, mostrandosi distante dai neoconservatori nell’ignorare la natura tirannica di certi interlocutori, Trump ha sottolineato come non creda possibile combattere contemporaneamente i lealisti governativi di Assad e le truppe dell’Isis, lasciando quindi intendere che qualora eletto non sarebbe intransigente nei confronti del presidente siriano. Infatti, ha lasciato entro i confini di una certa vaghezza il suo pensiero sulle sorti del dittatore alawita.
Allo stesso tempo, analizzando la posizione nei confronti dell’Iran, il newyorkese si mostra molto meno propenso a compromessi: accusa l’amministrazione Obama di aver inopinatamente rafforzato la Repubblica Islamica, che, bisogna ricordare, sostiene il Presidente siriano. In questo caso appare tutt’altro che secondaria la funzione strumentale di una dura opposizione all’Iran: Trump si è raramente lasciato sfuggire l’occasione di attaccare i suoi avversari democratici a riguardo dell’Iran Deal, rimproverando loro la debolezza mostrata e le troppe concessioni fatte ad uno stato che lui definisce il maggior finanziatore del terrorismo al livello mondiale, che accusa di celebrare orwelliane Giornate dell’Odio contro gli Stati Uniti. Trump, accompagnato da numerosi esponenti repubblicani, non ha inoltre mancato di stigmatizzare lo scongelamento di 400 milioni di dollari verso l’Iran, avvenuto negli stessi giorni del rilascio di prigionieri americani detenuti in Iran, come un riscatto pagato per un rapimento. Rimane comunque l’ambiguità di fondo di una visione della situazione internazionale piena di buoni propositi verso la Russia, ma che allo stesso tempo vede Teheran come il nemico numero uno, tralasciando la vicinanza e gli accordi intercorsi tra i due paesi.
Per concludere l’intricato quadro siriano/mediorientale, passiamo ora alle relazioni con la Turchia e con il popolo curdo. Nei giorni immediatamente successivi al tentato colpo di stato in Turchia, paese Nato, Trump ha rilasciato delle dichiarazioni piuttosto forti: a chi chiedeva se le recenti epurazioni messe in atto dal presidente Erdogan avrebbero potuto recare pregiudizio alle future relazioni con Washington, il candidato ha risposto che allo stato attuale delle cose gli Usa hanno ben poco da insegnare a riguardo delle libertà civili, che le epurazioni potrebbero essere state necessarie nel fronteggiare le tumultuose conseguenze del fallito golpe e, in definitiva, che i rapporti con la Turchia, alleato fondamentale nel combattere l’Isis, non possono essere messi in discussione in questo momento storico. Alla luce di quanto detto, è interessante ricordare come lo stesso Trump si sia detto “a big fan of the Kurdish forces”, posizione senza alcun dubbio non gradita dalle parti di Ankara. Proprio a sanare questa discrasia, arriva in soccorso uno dei già citati leitmotiv dei discorsi del magnate, vale a dire il dealmaking, la negoziazione: il tycoon ha suggerito di potersi porre come l’uomo in grado di sanare, almeno in parte, il conflitto di lunga data che oppone turchi e curdi, in quanto ritiene possibile trovare un’intesa tra due contendenti entrambi amici dell’America.
La questione siriana, unitamente alla lotta al terrorismo, rappresenta anche uno dei temi preferiti da The Donald per bersagliare i suoi avversari democratici, primi fra tutti Hillary Clinton e l’attuale Presidente Barack Obama. In una dichiarazione congiunta con il suo running mate, il Governatore dell’Indiana Mike Pence, Trump ha sottolineato come durante il primo giorno della Convention democratica svoltasi a Philadelphia nessuno degli oratori invitati sul palco abbia pronunciato le parole “ISIS” ,”Islamic“, “terror“, “terrorist“, “terrorism” (fatto confermato dalle analisi di diversi fact checker). È quindi necessario sottolineare come in questo specifico caso la battaglia spesso pretestuosa contro il politicamente corretto operata dal magnate newyorchese non sia fuori luogo.

Tornando alla questione siriana può risultare interessante riportare un’analisi compiuta da David French sulla National Review (http://www.nationalreview.com/corner/438524/trump-and-clinton-have-same-bad-plan-fighting-isis ) (testata e autore sono esponenti di un conservatorismo che non vede di buon occhio nessuno dei due principali candidati, tantomeno l’ attuale presidente) in cui, basandosi su varie conferenze stampa, si spiega come i piani anti-Isis dei due candidati siano molto simili. Il piano della Clinton prevede sostanzialmente attacchi aerei contro le piazzeforti, supporto agli alleati già presenti sul terreno e un grande impiego di intelligence e cybersecurity. La versione di Trump è pressoché identica, con l’aggiunta di quelle che si è premurato di quantificare come “poche” truppe sul terreno. Sul piano teorico l’effettivo impiego o meno di truppe americane, i celeberrimi boots on the ground, assume sicuramente una grande importanza, ma la grande attenzione del candidato repubblicano nel definire come molto, molto piccolo questo impiego lascia spazio al dubbio che questa sia più una mossa per mostrarsi muscolare, aggressivo, per differenziare la propria posizione da quella dell’avversaria, piuttosto che una concezione radicalmente diversa delle operazioni da condurre. D’altra parte, Trump non ha perso l’occasione per sottolineare la necessità del disimpegno americano, per ricordare il suo non interventismo, quindi questa affermazione potrebbe non costituire una reale discriminante sul piano operativo. Quindi, molti osservatori hanno segnalato come i piani anti-Is del miliardario siano piuttosto vaghi e, quando più circostanziati, ricordino molto da vicino quelli di Barack Obama
Il newyorkeese ha fornito ulteriori indicazioni sulle policy che vorrebbe implementare durante un discorso sul terrorismo tenuto a Youngstown, Ohio, il 15 agosto. In questa occasione Trump ha offerto una versione di sé decisamente migliore rispetto alle settimane precedenti, caratterizzate da toni molto accesi) anche per i suoi standard, essendo arrivato a definire Obama “il fondatore dello Stato Islamico”. I commenti degli analisti e di alcuni esponenti politici (anche solitamente lontani da Trump) sono stati generalmente positivi e si sono registrati diversi apprezzamenti.
Il candidato repubblicano ha citato una volta di più la sua dichiarata opposizione della prima ora alla guerra in Iraq, indicando però non tanto l’ex Presidente George W.Bush, quanto il duo Obama-Clinton come principale responsabile della situazione di grave instabilità attuale, a causa del ritiro – troppo rapido a suo dire – delle truppe americane dispiegate sul territorio iracheno, ordinato dall’ attuale Presidente e dall’ avversaria Democratica, al tempo Segretario di Stato. Il tycoon ha inoltre ricordato il suo sostegno al mantenimento di truppe a difesa dei pozzi petroliferi, la cui mancanza ha finito per favorire l’ascesa dell’Isis, grazie alla fonte di finanziamento che tali pozzi hanno rappresentato e continuano a rappresentare.
Trump ha proseguito biasimando le parole di “pentimento”, l’atteggiamento di contrizione tenuto da Obama durante quello che ha definito un “Apology Tour”, una serie di viaggi diplomatici all’inizio della presidenza segnati dalla volontà di trasformare la politica estera americana nel segno dell’Appeasement. L’ elemento del comizio che ha suscitato più interesse è stato infatti il richiamo alla battaglia prima di tutto culturale che gli Usa devono vincere per poter sconfiggere il terrorismo: Trump ha tracciato un parallelo con la Guerra Fredda, sottolineando la necessità di esaltare le conquiste della società occidentale, di cui l’America è la guida, contro l’ideologia integralista, oppressiva dell’Islam radicale. Tutto ciò si pone in evidente contraddizione con l’approccio seguito nella appena citata prima fase dell’Amministrazione Obama. Inoltre, il miliardario ha riaffermato con chiarezza: “If I become President, the era of nation-building will be ended”. Più in particolare, Trump vorrebbe convocare una conferenza internazionale con lo scopo di fermare l’espansione del terrorismo e organizzarne la distruzione, “con tutti coloro che respingono questa ideologia di morte (Islam Radicale)”: si può cogliere un velato riferimento a quei paesi (Turchia in primis) che non stanno sperimentando l’età più democratica della loro storia, ma che sono comunque alleati ben accetti nel combattere il fondamentalismo. Questo assume rilevanza anche e soprattutto nei confronti dell’Egitto del Generale Al-Sisi, i cui rapporti con gli Usa sono al momento piuttosto freddi, ma che Trump ha esplicitamente citato nel novero dei Paesi da coinvolgere, al pari della Russia. Da rilevare nel discorso di Trump anche una maggiore dolcezza nei confronti della Nato, rivalutata in quanto avrebbe aumentato l’attenzione verso il terrorismo con la costituzione di una divisione dedicata.
Infine, per combattere il terrorismo internamente, Trump ritiene necessarie nuove policy sull’immigrazione: non rappresentano certo una novità nella sua campagna, che questa volta ha manifestato la volontà di introdurre nuovi test di screening per gli immigrati provenienti da paesi sensibili, a rischio fondamentalismo. Naturale il riferimento, ancora una volta, alla Guerra Fredda: chi non condivide i valori fondamentali su cui sono stati costruiti gli Stati Uniti d’America, costituisce un pericolo per la sicurezza. In aggiunta a ciò, per rendere possibili controlli approfonditi è necessario limitare fortemente il numero degli arrivi.
Per quanto riguarda i candidati a diventare i principali consiglieri di politica estera di un eventuale Presidente Trump, un importante anticipo è stato fornito dal primo classified briefing; i candidati sono soliti riceverlo a partire dalla loro accettazione ufficiale della nomination e questo rappresenta un primo contatto formale con gli apparati di intelligence. Questo incontro si è svolto negli uffici dell’FBI, dove il magnate è stato accompagnato dal Governatore del New Jersey Chris Christie e dal Lieutenant General (ritirato) Michael Flynn.

Il Gov. Christie è stato il primo esponente di peso del Partito Repubblicano a dare il proprio endorsement a Donald Trump, dopo essersi ritirato dalle primarie, diventando così una delle voci più importanti all’ interno della campagna del miliardario. Avvocato di formazione, ex procuratore federale, non ha ricoperto ruoli di particolare importanza in nessuna istituzione collegata ad affari esteri o intelligence. Tuttavia, durante la Convention repubblicana a Cleveland, il suo intervento si è contraddistinto per un appassionato attacco contro l’operato di Hillary Clinton come Segretario di Stato.

Certamente più tecnica la figura di Michael Flynn: ha partecipato in prima persona a numerose operazioni speciali, è stato Direttore della Defense Intelligence Agency sotto la Presidenza Obama (2012-2014) e ha ricoperto numerosi altri ruoli in altre agenzie di intelligence e sicurezza. L’ex Generale si caratterizza per una forte difesa dell’eccezionalismo americano, per il desiderio di un ritorno allo spirito della Guerra Fredda contro i nuovi nemici dell’America. Trump stesso ha più volte twettato la sua ammirazione per Flynn, che gli esperti indicano come uno dei maggiori indiziati a ricoprire posizioni senior in una eventuale Amministrazione Trump. Tuttavia Flynn non non sarebbe autorizzato a ricoprire la carica di Segretario alla Difesa, poiché è proibito farlo a chi ha lasciato il servizio militare da meno di 7 anni. Flynn ha più volte attaccato il Presidente Obama, accusandolo di debolezza e di abuso di politically correctness nei confronti dell’Islam radicale.
Flynn ha inoltre recentemente pubblicato “Field of Fight”, libro in cui racconta di come una missiva indirizzata a Osama Bin Laden, ritrovata in seguito al blitz ad Abbottabad in cui fu ucciso il leader di al-Qaeda, fornisca la prova che l’organizzazione stava lavorando alla costruzione di armi chimiche e biologiche in Iran. Il legame tra l’organizzazione terroristica e la Repubblica Islamica è una delle principali preoccupazioni del Generale, che condivide la dura posizione di Trump nei confronti del paese degli Ayatollah.

In conclusione, la differenza principale che una politica estera targata Trump potrebbe portare, rispetto all’attuale Amministrazione, sembra essere l’avvicinamento alla Russia, che condurrebbe a sempre più tiepidi rapporti con l’Unione Europea. Detto questo, appare difficile prevedere le ripercussioni che un avvenimento di tale portata avrebbe sul panorama delle relazioni internazionali, prima di tutto nei confronti dell’Iran, che abbiamo visto essere una delle preoccupazioni primarie per il candidato Presidente (e per il suo ascoltato consigliere Michael Flynn). Dando per scontato il primario impegno della necessaria sistemazione della situazione siriana, che sarà la prima grande prova per chiunque sarà il prossimo presidente, la posizione della Turchia nello scacchiere mediorientale rappresenterà una delle variabili più interessanti, e proprio per questo più difficile da prevedere, che influenzerà la politica internazionale nei prossimi anni. Per quanto riguarda invece l’Estremo Oriente, l’effettivo atteggiamento di Trump verso la Cina fino a questo punto della campagna rappresenta un’autentica incognita.

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