Euphrates Shield: la svolta radicale della strategia turca

di Edoardo Corò

 

Mercoledì 24 Agosto, alle 4.00 del mattino, un intenso fuoco di sbarramento dell’artiglieria turca ha colpito la città siriana di Jarabulus. Accompagnati dal fuoco dell’artiglieria, dalla copertura aerea fornita dagli F-16 dall’aviazione turca e dagli aerei Americani, circa una ventina di carri armati m60 e un gruppo di operatori delle forze speciali dell’esercito turco hanno attraversato il confine tra Turchia e Siria all’altezza della città, sulla sponda ovest del fiume Eufrate. Le truppe turche, unitamente ad alcune migliaia di combattenti del Free Syrian Army, l’amalgama di gruppi ribelli che combatte il regime di Assad, hanno mosso verso sud, conquistando in poche ore la città controllata dallo Stato Islamico.

 

Questa avanzata ha segnato l’inizio di una delle operazioni militari destinate ad influire maggiormente sulle sorti del conflitto civile siriano e dell’intero Medio Oriente: l’Euphrates Shield, così denominata dallo stato maggiore turco. Essa segna un radicale cambiamento nella strategia sin qui adottata dal governo, che fino ad ora aveva sempre limitato la propria ingerenza in Siria a bombardamenti e al supporto delle milizie anti-Assad.
Una strategia relativamente poco incisiva, applicata nonostante la Turchia avesse diversi obiettivi concernenti il Paese: la lotta al regime ancora in carica; il contenimento della nascente regione autonoma curda legata al PKK (il Partito dei Lavoratori Curdi)  coinvolto negli scontri e negli attentati che da mesi stanno martoriando il Sud-Est turco; sino all’impegno nella lotta allo Stato Islamico, accusato di diversi attacchi terroristici nelle città – nonostante ci siano alcune ombre sulle relazioni tra ISIS e Ankara, accusata da più parti di non aver fatto abbastanza nella lotta contro il Califfato, o addirittura di averlo sostenuto in funzione anti-Assad e anti-Curda.

L’operazione Euphrats Shield iniziata quella mattina segnala quindi un vigore del tutto nuovo nella strategia turca nell’area, ponendosi come l’inizio di una lotta senza quartiere a qualsiasi gruppo ritenuto terroristico da Ankara, sia esso di matrice fondamentalista o di supporto all’indipendenza curda, che occupi i territori siriani adiacenti al confine e ad Ovest dell’Eufrate.

Tali accadimenti sollevano molte domande e preoccupazioni sul futuro della già complicatissima questione siriana, che vede lo scontro di molteplici interessi sia locali che internazionali, con svariati cambiamenti di fronte tra le varie milizie impegnate nel conflitto civile.

Innanzitutto, si tratta di capire se l’operazione via terra lanciata da Ankara segni l’inizio di una campagna militare su vasta scala nell’area o, più modestamente, di una messa in sicurezza del confine Turco-Siriano.
In particolare, viene da chiedersi sino a che punto la Turchia sia disposta a impegnarsi in Siria, sia a livello di dispendio di risorse belliche e umane, sia a livello di penetrazione nel territorio.
Le ulteriori mosse di Ankara segneranno profondamente i rapporti con Damasco – che ha immediatamente invocato la violazione della propria sovranità – e con Mosca, che da mesi combatte al fianco di Assad contro le milizie supportate da Ankara e dalla NATO, nel tentativo di difendere il suo più importante alleato nell’area.
Se l’obiettivo di Ankara, come dichiarato dal governo Turco, è quello di ripulire i territori a Ovest dell’Eufrate, sarà necessaria un’avanzata di almeno una trentina di chilometri per raggiungere Manbij, la roccaforte dei Curdi nella zona, presa poche settimane fa al Califfato. Se inoltre la Turchia, come ha affermato mercoledì il Ministro degli Esteri Cavusoglu, è veramente disposta a prendere “ogni misura necessaria” per spingere i Curdi oltre l’Eufrate e spezzare il lungo asse che si sta creando lungo tutto il nord della Siria, sarà interessante osservare la reazione del resto dei paesi della NATO: infatti non solo gli americani sostengono da mesi lo sforzo curdo contro il Califfato, ma la stessa Manbij è stata presa con l’aiuto attivo di forze speciali americane e britanniche.
Sebbene il Vice-Presidente Biden, in visita in Turchia il 24, abbia confermato l’appoggio di Washington alle pretese Turche riguardanti l’immediato ritorno dei curdi a est del fiume, minacciando in caso contrario la cessazione dell’aiuto americano, non è per nulla chiaro cosa accadrebbe realmente se si dovesse arrivare allo scontro diretto tra le forze curde e l’esercito turco.

Da quando l’operazione è cominciata ci sono state solo schermaglie tra il Free Syrian Army, sostenente l’avanzata turca; e i Curdi, ai quali Ankara ha risposto con il fuoco di artiglieria. Diversi membri autorevoli dell’YPG, le forze di sicurezza curde, hanno già espresso la volontà di reagire a quella che a loro modo è una violazione della sovranità siriana e della libertà curda da parte di Ankara.

Il giorno giovedì 25, secondo le dichiarazioni del governo Americano, i Curdi hanno acconsentito a ritirarsi da Manbij oltre il corso dell’Eufrate. Nonostante questo i combattimenti tra Manbij e Jarabulus sono continuati in giornata, con nuovi bombardamenti turchi sulle posizioni curde in serata.

I combattimenti sono continuati sino ad oggi e le truppe del FSA, supportate dai bombardamenti e dalle forze speciali turche, hanno continuato l’avanzata lungo il fiume Eufrate, in una manovra tesa a aggirare Manbij bloccando la via principale di fuga verso Est.

 

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Nell’immagine, in giallo è segnato il territorio sotto il controllo dell’YPG, in rosso il terreno controllato da Assad, in nero quello del Califfato. Le truppe turche hanno sfondato nei pressi di Jarabulus la resistenza dell’ISIS, e potrebbero presto avanzare a sud verso la roccaforte curda di Manbij. Fonte: GettyImages
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