Lotta al terrorismo in Europa: tra distorsioni strutturali e il “modello Israele”

di Stefano Polimeni

In una delle estati più difficili per l’intera Europa, ci sono momenti in cui non possiamo rinunciare a fermarci un istante per fare il punto della situazione. Semplicemente perché il contesto che stiamo vivendo, di lotta continua contro il terrorismo, rischia di farci perdere la lucidità necessaria per affrontare una minaccia di tale portata.

Il dato di fatto è che noi europei non siamo ancora pronti. Ci sono paesi meno esposti a questo fenomeno e altri che stanno vivendo in un dramma quotidiano. Tra questi sicuramente la Francia, che ha portato avanti nei decenni post-coloniali politiche di integrazione che mostrano, oggi come mai prima d’ora, l’assenza di una visione politica. A queste si aggiungono, anche e soprattutto, motivi strutturali e organizzativi che si è deciso progressivamente di rimandare e accantonare: su tutti, l’ultima riforma dei servizi d’informazione francesi che lascia a desiderare, con ben sei agenzie di intelligence che non comunicano né cooperano tra di loro, e le forze di sicurezza che faticano a coordinarsi. Fattori di non poco conto che contribuiscono ad aumentare la percezione che lo Stato, le istituzioni, possano fare ben poco al cospetto di questa inedita forma di terrorismo, quello della porta accanto.

 

Senza titolo
Fonte: Limes – rivista di geopolitica

 

Occorre dunque riflettere: si può e si deve uscire da questa situazione complessa, ma non possiamo nascondere il fatto che sarà una sfida lunga che impegnerà direttamente tutti noi europei per almeno un decennio.

Cosa fare, quindi? In un quadro di totale assenza politica dell’Unione Europea nel suo complesso, in uno dei periodi più bui della sua storia recente per motivazioni di carattere economico, e nell’incapacità di affrontare il problema dell’immigrazione, si fanno largo proposte più o meno consapevoli. Tra le più citate vi è la possibilità di importare il cosiddetto “modello Israele” nel campo della sicurezza interna.

Tuttavia, il passato e il presente di Israele, le sue debolezze e i suoi punti di forza, la sua storia e il suo ruolo in Medio Oriente sono troppo differenti dallo scenario europeo attuale per prendere in considerazione la semplice adozione del modello di questo Paese.
Il terrorismo di matrice islamista è un fenomeno in costante evoluzione da decenni e che vede susseguirsi in poco tempo approcci e metodi organizzativi e di azione assai differenti, che richiederebbero un costante monitoraggio da parte delle agenzie di intelligence. In queste circostanze, in oltre cinquant’anni di violenze, Israele ha saputo fare di questa consuetudine, in cima alle priorità dell’azione politica di qualsiasi governo eletto, un punto di forza significativo. Tralasciando alcune diversità fondamentali nei due contesti, quello israeliano ed europeo, tra cui l’enorme differenza territoriale e di popolazione  –a cui va aggiunto il nostro “fattore Schengen”– , bisogna interrogarsi sulla nostra propensione a sacrificare alcune libertà individuali sull’altare della sicurezza interna. Tra i metodi e gli approcci delle forze di polizia israeliane, nonché del Mossad, vi sono interrogatori psicologicamente molto pressanti sia per i cittadini residenti sia per i semplici turisti che arrivano nel Paese, accompagnati da una legislazione anti-terrorismo molto stringente.

Nonostante i risultati diano atto dell’efficacia di queste misure, noi europei non siamo ancora culturalmente predisposti ad accettare una simile e duratura militarizzazione delle nostre piazze, il controllo capillare e costante di ogni spazio pubblico, e un tale intrusivo ”interventismo” nella nostra privacy. Perché significherebbe rinunciare a parte di quelle libertà individuali su cui si fonda la nostra Unione, frutto di conquiste decennali che non bisogna dimenticare e che, nonostante l’euroscetticismo dilagante, la maggior parte di noi europei ha ben consapevole.

Dunque, l’escalation degli attentati di queste ultime settimane pone l’Europa dinanzi ad un bivio: restare inerte in balia degli eventi, pronta all’ennesimo comunicato stampa di “condanna di qualsiasi forma di odio e terrorismo”, oppure cercare di correggere quelle distorsioni strutturali, dalle politiche sociali fallimentari che hanno la loro maggiore rappresentazione nelle banlieue francesi, alla propria politica di sicurezza interna. Quest’ultima deve toccare necessariamente il campo dei servizi d’intelligence. Da un lato sarebbe necessario cercare di “sacrificare” la consuetudine dei rapporti bilaterali tra le diverse agenzie nazionali per cui “io ti fornisco questa indicazione in cambio di…”, per favorire una maggiore fluidità nelle informazioni; dall’altro lato i servizi europei sembrano ancora troppo distanti dalle controparti israeliane e americane in quanto ad apertura verso l’impiego di analisti ed esperti anche di religione e di lingua araba.

In tutto ciò, il ruolo dell’informazione gioca un ruolo cruciale, dalle all-news ai quotidiani passando per i principali social network. Aspettare notizie certe prima di parlare di un certo tipo di terrorismo (vedi il caso di Monaco), sottrarsi dal dare enfasi a certi aspetti personali dei singoli attentatori, sono solo alcuni passi fondamentali da compiere per evitare che la paura e il terrore prendano il sopravvento sulle nostre vite.
Sarebbe l’inizio della nostra resa.

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