Il Regno Unito e la politica di difesa Europea

di Stefano Polimeni

Uno dei problemi che l’Europa ha rimandato e accantonato è l’assenza di una politica di difesa comune. Fin dalla sua adesione nel 1973, il rapporto tra Regno Unito ed Unione Europea è sempre stato complesso, per motivi politici, economici e strategici  che hanno certamente influenzato l’approccio britannico ad una prospettiva europea nel campo della difesa e sicurezza.

 

Il primo vero impegno a livello europeo sul tema della difesa si ha dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Prima di allora, complice mezzo secolo di guerra fredda, i tentativi di cooperazione su queste tematiche sono riconducibili a semplici iniziative bilaterali senza alcuna visione comune.

Se all’interno del Trattato di Maastricht (1992) venne istituita la Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC), a segnare un significativo cambio di passo fu il vertice di Saint-Malo del 4 dicembre 1998. Proprio in quell’occasione il Presidente francese Jacques Chirac e il Primo Ministro inglese Tony Blair inaugurarono una nuova fase, quella della Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD). In questa circostanza si stabilisce per la prima volta che l’Europa debba operare nel quadro internazionale in modo quanto più autonomo e indipendente dagli Stati Uniti, dotandosi degli opportuni strumenti di decisione e di attuazione già in parte previsti dal Trattato di Amsterdam.

 

Diversi studi sulle teorie d’integrazione applicate al campo della difesa mostrano come seguendo un approccio “intergovernativista”, nel quale la presenza di diversi attori che agiscono a livello sovranazionale non impedisce agli Stati sovrani di intervenire in ultima istanza prendendo delle decisioni come soggetti razionali, si evince come l’orientamento del Regndownloado Unito nei confronti della  difesa europea si sia evoluto nel corso degli anni ‘90. Il passaggio da una sostanziale posizione unicamente filo atlantista ad un’apertura europea dopo Saint-Malo impone una riflessione sulle reali motivazioni di questi cambi di rotta. Secondo diversi esperti, tra cui Robert Dover che ha applicato la teoria intergovernativista di Moravcsik al caso britannico, a segnare questo inedito cambio di rotta non può essere stata una precisa volontà dell’allora maggioranza laburista guidata da Tony Blair verso una maggiore integrazione a livello europeo. Al contrario, due eventi fondamentali, la fine della guerra fredda e i conflitti balcanici degli anni ’90, avrebbero contribuito a cambiare le preferenze nazionali, spingendo il Regno Unito a ridefinire i propri interessi nel settore della difesa, orientandosi verso una prospettiva europea più istituzionalizzata.

 

Dunque, negli anni ’90 Blair, in netto contrasto con le iniziative dei precedenti governi conservatori, afferma l’intenzione di fare del Regno Unito la principale potenza che guidasse una nuova politica di difesa europea potenzialmente integrata. È la prima volta in cui il Regno Unito ritiene che un nuovo attore politico-militare europeo non vada a indebolire il ruolo della NATO ma, al contrario, lo rafforzi. Tuttavia, nonostante una prima partecipazione attiva inglese nelle principali iniziative europee appare evidente la fragilità di questa scelta: già con l’intervento statunitense in Iraq nel 2003, il Regno Unito sceglie di schierarsi con lo storico alleato, in netto contrasto con le posizioni più neutraliste dei principali partner europei.

 

Esaminando le posizioni dei principali partiti inglesi sul tema della difesa europea nel corso degli anni duemila, emerge un quadro contrastante. Da un lato i Conservatori ritengono che sia principalmente la NATO in grado di assicurare la sicurezza nazionale nel rispetto della_pesd_otan_s sovranità del Paese, considerando quindi l’Unione Europea un mero attore intergovernativo rilevante soltanto sui temi economici e di mercato; dall’altro i più pacifisti Laburisti rimangono critici nei confronti dell’Alleanza Atlantica; tuttavia essi hanno sempre cercato di promuovere una soluzione che riuscisse a far coincidere le iniziative a livello europeo con gli interessi della stessa NATO. Tra queste due posizioni emergono i Liberali, certamente una forza politica che negli anni ha perso gran parte del suo consenso, ma che ha dimostrato, nei governi di coalizione con i Conservatori, di essere ancora il partito inglese più favorevole alla PESC.

 

Analizzando la dimensione strettamente economica, all’indomani della fine della guerra fredda si è reso necessario un ripensamento dei sistemi di difesa nazionali che ha portato ad una considerevole riduzione dei bilanci militari. Nel caso del Regno Unito infatti, in quindici anni (1980-1995) la spesa nazionale per la difesa rapportata alla spesa totale è passata dal 5% a circa il 3%. Le ragioni sono differenti. Se per la prima metà degli anni ’80 il bilancio della difesa britannica ha risentito ancora delle conseguenze della guerra delle Falkland (1982), il crollo dell’Unione Sovietica ha costretto l’ultimo governo Thatcher e le successive amministrazioni Major ad un profondo ripensamento del sistema di difesa, compresa la riallocazione/riduzione di quella parte delle forze militari inglesi di occupazione nella Germania occidentale.

 

La recente crisi economica ha imposto ai governi in tutta Europa scelte di consolidamento fiscale che hanno inevitabilmente toccato anche i budget militari. Con l’intervento più rilevante del 2010, il governo conservatore guidato da David Cameron in coalizione con i Liberali, ha varato un taglio del budget della difesa dell’8%, con una progressiva diminuzione del personale militare da 200.000 a 160.000 unità. Nonostante nessuna forza politica nella campagna elettorale per le elezioni del maggio 2015 si sia espressa nel voler mantenere la spesa nella difesa al 2% del PIL, così come stabilito nell’ultimo vertice NATO, all’indomani della nuova vittoria dei Conservatori, il Premier Cameron ha smentito le preoccupazioni americane di ulteriori misure restrittive in questo settore, impegnandosi ad aumentare la spesa militare in armamenti ed equipaggiamenti dell’1% in termini reali ogni anno fino al 2020.

 

Lo scenario post Brexit impone una riflessione complessiva sul futuro dell’Unione che non può dimenticarsi di questo settore cruciale. La politica di difesa è ancora troppo poco integrata a livello europeo per immaginare sconvolgimenti sia dal lato del Regno Unito,che nonostanesercito-europeote la sua scelta isolazionista rimarrà un membro importante della NATO, sia per l’Unione nel suo complesso. Auspicando che almeno i membri fondatori scelgano un forte cambio di passo verso una piena integrazione politica, una difesa europea senza Regno Unito significherà comunque rinunciare alla più grande potenza militare del continente, fattore da non sottovalutare che costringe ad un ripensamento generale dei, seppur timidi, progetti per una difesa comune già avviati a livello comunitario.

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