La corsa all’ oro nero del Mar Cinese Meridionale

di Alexia Zupancic

Nel Mar Cinese meridionale, circondati da Malesia, Filippine e Vietnam, vi sono circa 70 scogli e atolli che negli ultimi anni stanno causando non poche dispute tra i paesi dell’Asia sud orientale: sono le isole Spratly. Queste isole, che vantano un’estensione di circa 400 000 km, sono, a prima vista, solo nudi scogli disabitati ed inospitali. Ciò che li porta ad essere classificati tra le aree più contese al mondo, è la loro posizione strategica e la loro ricchezza di combustibili fossili.

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Tre caratteristiche principali: posizione strategica, risorse naturali, risorse culturali

Questi “scogli” sono situati infatti lungo la linea di transito di circa il 40% del commercio mondiale (diretto verso Africa, Europa e Medio Oriente), e sempre lungo questo percorso transita circa il 25% del petrolio commerciato a livello internazionale. Su scala mondiale, il Mare Cinese Meridionale è sulla seconda rotta più importante per il trasporto di container (nel 2006 il 50% dei container transitava per questo tracciato), e sempre nel 2006, 10 milioni di barili di greggio al giorno transitavano per la stessa zona.

 

Per quanto riguarda le riserve di combustibili fossili, al momento i dati sono molto incerti. Vi sono stati numerosi studi (non accessibili al pubblico) sulle potenziali riserve di gas e petrolio: la Cina stima rispettivamente 213 e 105 miliardi di barili fra Spratly e isole Paracel – quasi quanto i giacimenti dell’Arabia Saudita –, ma altri studi cinesi parlano di riserve di petrolio di 225 miliardi di barili di petrolio e di 255 trilioni di metri cubi di gas naturale nelle isole Spratly, mentre secondo un’altra stima che abbraccia tutto il Mar Cinese Meridionale, la quantità di gas naturale si eleverebbe a 566 trilioni di metri cubi. L’incertezza e la sommarietà dei dati sono dovute ai cattivi rapporti tra Cina e Vietnam, che impediscono alle compagnie petrolifere di permanere abbastanza a lungo nei siti per poter fornire informazioni certe.

Per i paesi vicini tali giacimenti sarebbero di vitale importanza, vista la grande fame di energia che caratterizza paesi industrializzati e in via di sviluppo come Vietnam, Cina e Filippine e il Brunei, la cui economia dipende fortemente dall’industria di estrazione petrolifera e del gas.

Quella delle Spratly è inoltre una delle zone più pescose di tutto il Mar Cinese meridionale. I paesi della ragione sono tra i maggiori produttori mondiali nel settore della pesca e dell’acquacoltura, con ingenti guadagni derivanti dall’export. In questi luoghi, la pesca è sia una risorsa alimentare che culturale: l’alimentazione tipica di queste popolazioni include infatti una grande quantità di pesce.

 

Sebbene questa area sia nel Mare Cinese meridionale, non è considerata di proprietà cinese, nonostante la Cina ne rivendichi l’80%. E’ soggetta al Law of the Sea Treaty, ovvero alla Convenzione dell’Onu sul Diritto del Mare (UNCLOS), che definisce i diritti e le responsabilità degli Stati nell’utilizzo dei mari e degli oceani. Tutti i paesi contendenti le Spratly hanno firmato e ratificato la Convenzione, fatta eccezione per gli Stati Uniti, il cui Senato non l’ha ancora approvata.

Una panoramica storica

La storia di queste isole è particolarmente travagliata, e in essa la Cina, nel corso degli anni, ha fatto sentire sempre di più la propria presenza.

In passato questi atolli erano conosciuti come approdi per pescatori e cacciatori di tartarughe, da sempre stati utilizzati come luoghi di transito, mai abitati in modo permanente. Economicamente erano privi di valore, ed erano considerati un intralcio per la navigazione.Zupancic 2

L’unico paese che ne trasse qualche beneficio fu il Giappone di fine ‘800 e inizio ‘900, il quale da questi atolli ricavava il guano, un composto organico sfruttato come fertilizzante e combustibile. Nel 1877, la Gran Bretagna dichiarò la propria sovranità sulle Spratly. Nel 1926 il traffico di navi commerciali giapponesi nella zona si intensificò, spingendo la Cina, minacciata dallo storico nemico, a rivendicare Spratly e Paracel. Nel 1930 entra in gioco la Francia, in qualità di rappresentante dei diritti dell’Impero dell’Annam (penisola indocinese), che con l’imperatore Gia Long aveva ufficialmente rivendicato le isole Paracel già nel 1816. Durante la seconda guerra mondiale, il Giappone, forte della sua ideologia panasiatica, si espanse nelle isole del sud est asiatico, arrivando a detenere anche questi atolli. Dopo la fine del conflitto, però, in diversi trattati di pace, fra cui quello con la Cina, esso rinuncia a qualsiasi diritto sulle isole Paracel e Spratly, senza formalmente cedere però i diritti ad un altro Stato.

Il primo segnale del vero valore dellle Spratly si ebbe nel 1968, quando il Ministero per le Risorse Geologiche Cinese stimò che l’arcipelago contenesse circa 17.7 miliardi di tonnellate di petrolio – l’equivalente di circa 126 miliardi di barili di greggio.

 

Già dal 1951 al 1956, però, vi fu una corsa per accaparrarsi le isole, in particolare tra Taiwan, Vietnam del Sud e Filippine. La situazione rimase pressoché invariata fino al 1974, quando la Repubblica Popolare Cinese approfittò della distrazione del Vietnam, causata dalla guerra civile, per occupare le isole Paracel scacciando l’esercito sudvietnamita.

In quello stesso anno il Vietnam permise alle società petrolifere occidentali di esplorare tali isole, e in risposta a questo la Cina iniziò ad occupare militarmente le Spratly. Nel maggio 1976 le Filippine scoprono, non lontano dalle coste di Palawan, isola filippina situata a pochi chilometri dalle Spratly, dei giacimenti petroliferi che a tutt’oggi le forniscono il 15% del petrolio consumato dal Paese. Ciò alimenta gli interessi per la zona da parte di tutti i contendenti, in particolare Cina e Filippine.

Nel 1977 quindi l’esercito cinese sbarca su 3 delle isole Spratly. Nel frattempo la guerra del Vietnam si è conclusa e il regime di Saigon, Vietnam del sud, è caduto, lasciando “inoccupate” tali isole, cosa di cui la Cina approfitta con tempestività, nonostante le proteste della nuovo governo del Vietnam unificato. A completare il quadro avanzano rivedicazioni la Malesia nel 1979 e il Brunei nel 1984, con quest’ultimo in particolare che stabilisce una zona di pesca economica esclusiva a sud delle isole Spratly, ma senza reclamarne la sovranità, per evitare contenziosi con Cina e Vietnam.

L’entrata in vigore nel 1982 della UNCLOS (United Nations Convention on the Law of the Sea, la Convenzione di Montego Bay sul Diritto del Mare) apre nuove possibilità per gli stati contendenti. Tale convenzione permette ai Paesi di dichiarare Zone Economiche Esclusive (EEZ) entro le quali gli Stati hanno il diritto a sfruttare tutte le risorse: tali zone si estendono per 200 miglia nautiche (370 km circa) dalla linea di terra e permettono inoltre di sfruttare la Piattaforma Continentale fino a 350 miglia (648 km circa), distanze entro le quali sono compresi Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei.

 

Nel 1992 quindi la China National Oil Offshore Corporation (CNOOC) sigla un contratto con la Crestone Energy, una società petrolifera americana, per esplorare il blocco di Wan-an Bei 21 nel Mar Cinese meridionale, che copre un’area di 25.155 chilometri quadrati e che include una porzione delle isole Spratly. Parte di tale blocco però includeva anche zone di sovranità vietnamita, il blocco 133 e 134, dove erano già state avviate esplorazioni da parte di compagnie vietnamite e americane. Questa vicenda portò Cina e Vietnam ad ulteriori screzi diplomatici, dove ognuna delle parti chiedeva all’altra di cancellare il suo contratto con la compagnia petrolifera.

Nel 2002 la Cina e i paesi dell’ASEAN siglano un accordo che rifiuta il confronto militare e promuove l’impegno per la ricerca di una soluzione pacifica ai contrasti riguardanti il il Mare Cinese Meridionale.

Le mosse dei vari contendenti, Cina in particolare

Man mano Vietnam, Filippine, Malesia e Taiwan –ma non il Brunei- hanno stabilito insediamenti militari e civili sui territori emersi dalle Spratly, un modo per rivendicare la loro sovranità su queste isole. In particolare, le Filippine hanno costruito una pista per aerei militari da 1.300 metri su Thitu Island; il Vietnam ha una striscia da 610 metri, un eliporto a Truong Sa ed è attualmente impegnata nell’ampliamento di due atolli; la Malesia una pista da 1.367 metri su Swallow Reef che ospita apparecchi civili e militari; Taiwan infine opera un aeroporto militare con pista da 1.200 metri su Taiping.

 

La Cina resta comunque il paese che ha investito più di tutti su queste isole, arrivando, tra il 2013 e il 2015, a costruire infrastrutture, basi, aeroporti e piste d’atterraggio. In particolare, rivendica la sovranità sull’80 % di quelle isole e sta continuando la costruzione di 7 isole artificiali.

Un esempio sono le Mischief Reefs, a circa 216 km dalle coste della filippina Palawan, occupate dalla Cina nel 1994 ma rivendicate da Filippine e Malesia: sebbene la Cina operi in loco già dal ’94, da gennaio 2015 la loro superficie è aumentata notevolmente grazie al drag and drop di sabbia dal fondale. La costruzione di queste 7 isole artificiali permetterà alla Cina di avere degli avamposti e di poter così controllare l’intera zona con pattugliamenti marittimi e aerei, cosicchè non dovrebbe penetrare alcun aereo o nave da guerra senza l’autorizzazione cinese.

 

Le pretese sulle Isole Spratly fanno parte di un progetto più grande elaborato dalla Cina, quello di stabilire una serie di aree di difesa aerea (Air Defense Identification Zone o ADIZ) nell’area del Mar Cinese Orientale, e di realizzare una serie di queste lungo quella che i cinesi chiamano “la linea dei nove punti”. Si tratta di una linea di demarcazione e di difesa, risalente agli obiettivi del periodo nazionalista cinese: tutte le zone che ne farebbero parte sono state infatti rivendicate sin dai tempi del Kuomintang, Chiang Kai Shek e i maoisti. Battezzata nel 2014 “La grande muraglia di sabbia”, tale linea include le Spratly, Paracel, Pratas, il Macclesfield Bank e lo Scarborough Shoal. Si estende per quasi 1800 km a Sud della Cina continentale e arriva a 40/50 miglia dalla costa di stati come il Vietnam, la Malesia, il Brunei e le Filippine. Se la Cina rivendicasse il limite delle 200 miglia dalla zona economica per tutti i siti che occupa, precluderebbe l’accesso a quasi tutto il Mar Cinese meridionale.

 

Sviluppi recenti

Pur rispettando il trattato del 2002, negli ultimi tempi la Cina non si è tirata indietro nel confronto con Filippine e Vietnam. Nel 2012 navi da pattugliamento cinesi hanno cacciato pescherecci filippini da Scarborough Shoal al largo delle coste delle Filippine e, di conseguenza, il governo filippino ha riportato il caso all’attenzione del Tribunale internazionale per il diritto del mare (Itlos), di cui però la Cina rifiuta la giurisdizione. Le Filippine e in generale anche gli altri stati contendenti hanno quindi cercato il supporto degli storici alleati americani. L’ironia è che la mancata ratifica dell’Unclos da parte del Senato americano implica che gli Stati Uniti non possono richiamare la Cina al rispetto dell’Itlos di fronte ai suoi tentativi di convertire le scogliere in isole e rivendicare zone di esclusione che potrebbero interferire con il diritto di libero passaggio – uno dei principali interessi degli Stati Uniti. Ma, poiché la Cina ha ratificato l’Unclos e gli Stati Uniti lo rispettano come diritto internazionale consuetudinario, ci sono le basi per un negoziato serio che chiarisca l’ambigua linea dei nove punti e tuteli la libertà dei mari.

Negli ultimi anni la Cina ha anche intensificato le attività di edificazione nell’arcipelago.

Da gennaio 2012 a marzo 2015 la superficie terrestre di Mischief Reef è aumentata di circa 275 metri quadrati, una trasformazione che si è intensificata nelle ultime settimane di marzo.

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Figura 1, A sinistra: Mischief Reef, 24 gennaio 2012. A destra: Mischief Reef, 16 marzo 2015. Nella foto di destra si notano navi militari ormeggiate.
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Mischief Reef, 16 marzo 2015, particolare.

Nel 2014, dopo che la Cina aveva installato una piattaforma petrolifera della China National Offshore Oil Corporation, la Haiyang Shiyou 981, in acque reclamate dal Vietnam, navi dei due paesi si sono misurate in speronamenti e cannoneggiamenti in mare. In Vietnam sono quindi segute, dal 10 maggio al 15 luglio, rivolte in chiave anti cinese, che ebbero come risultato la ritirata temporanea delle piattaforme cinesi.

Nello stesso anno – il 30 marzo 2014 – il governo filippino ha presentato un’istanza al tribunale delle Nazioni Unite di quattromila pagine e oltre 40 carte nautiche, basandosi sulla Unclos, accusando la Cina di operare oltre la propria EEZ. Una chiara richiesta di aiuto per fermare Pechino, visto il suo inesorabile avanzamento nella zona contesa e i recenti test di collaudo effettuati sulle infrastrutture costruite.

 

Riguardo alle attività di costruzione, nell’aprile 2015 il portavoce del ministro degli esteri cinese, Hua Chunying, ha affermato i diritti indiscutibili della Cina su queste isole, ribadendo che si tratta semplicemente di proteggere la sovranità nazionale del paese nell’ottemperare agli obblighi internazionali in materia di ricerca e salvataggio, prevenzione delle catastrofi, ricerca oceanica, osservazione meteorologica, tutela dell’ambiente, sicurezza della navigazione. Hua ha inoltre proseguito affermando che alcuni paesi – con un chiaro riferimento agli USA – adottano da tempo due pesi e due misure nel giudicare i lavori di costruzione che sia la Cina sia gli altri paesi stanno conducendo in zona.

Gli USA intanto, alleati delle Filippine, hanno, da quello stesso anno, intensificato la loro attività nella zona, rivendicando il proprio diritto di transito, garantito dalla convenzione per il Mare delle Nazioni Unite, fino ad arrivare ad imporre, nel maggio 2015, un alt alle attività cinesi. Si sono quindi susseguiti una serie di episodi in cui gli Usa hanno provocato la Cina, sorvolando ad esempio con un aereo P8A da pattugliamento il Fiery Cross Reef, dove la Cina ha edificato una pista di circa 3 km. Il segretario della Difesa Ashton Carter, ignorando il portavoce del ministro degli esteri cinese, ha comunque redarguito Pechino. Nonostante la Cina non sia l’unica ad avere costruito illegalmente avamposti sulle isole, è la nazione che si è rivelata più invadente: 800 ettari occupati in soli 18 mesi, a partire dal 2014, con numerose costruzioni realizzate a partire dagli anni ’90. Il 27 ottobre 2015 quindi gli USA si sono spinti oltre, decidendo di pattugliare militarmente la zona con il cacciatorpediniere USS Lassen, con l’ordine di navigare all’interno delle 12 miglia nautiche (quindi all’interno di quelli che la Cina definisce i confini nazionali) da Subi Reef e Mischief Reef. Il ministro degli esteri cinese si è subito attivato, chiedendo a Washington di evitare “provocazioni”. Gli USA chiariscono e sottolineano che le forze aeree e marittime degli Stati Uniti continueranno a transitare ove il diritto internazionale lo consenta, e che seguiteranno nello svolgimento di operazioni di ricognizione, su base regolare, al fine di assicurare il mantenimento del principio della libertà di navigazione in tutto il mondo.

Sarà quindi solo la prima di altre “missioni di pattugliamento” che, per ‘par condicio’, saranno effettuate anche in isole rivendicate da alleati Usa e contese con la Cina, come Vietnam e le Filippine.

Intanto i paesi contendenti dell’ASEAN si stanno alleando contro il crescente imperialismo cinese: a Manila il 20 novembre 2015 il presidente filippino Benigno Aquino ha avanzato la proposta al premier giapponese Shinzo Abe di fare pattugliamenti condivisi nelle aree contese. Tokyo ha già accettato con un precedente accordo di fornire a Manila equipaggiamento militare ad alta tecnologia e di fornire un supporto agli Usa e a tutti i contendenti dell’ASEAN, ma non è intenzionato a scontrarsi apertamente con la Cina a causa della contesa già aperta per le isole Senkaku e Diayou, nel Mar Cinese Orientale.

 

Le strategie dell’ASEAN, oggi

Il Vietnam, considerando minacciosa la presenza cinese, si sta armando e sta ammodernando l’apparato militare, e navale in primis, con l’acquisto di sommergibili russi. Se la Cina prendesse le Paracel, il Vietnam, per vicinanza, si sentirebbe molto limitato dal punto di vista marittimo.

Le Filippine attualmente rivendicano quasi la totalità delle Spratly e pattugliano lo Scarborough Reef. Sono geograficamente le più vicine alle Spratly; ma dopo il ritiro delle truppe Usa nel 1992 si sono rivelate avere un apparato di sicurezza relativamente fragile, in seguito a scontri anche armati con la Cina.  Hanno occupato solo poche delle isole che hanno dichiarato proprie, gran parte di esse infatti è formalmente occupata, ciò ha portato a numerosi incidenti con la “Cina imperialista”, come nel caso di Mischief Reef, dove, se prima (nel 1995) la Cina aveva edificato delle semplici costruzioni in legno definite “rifugi per pescatori”, negli ultimi tempi tali costruzioni si sono espanse con il cemento comprendendo edifici circolari, molto verosimilmente radar. Le reazioni filippine sono rimaste nel campo delle proteste, a causa della fragilità dell’apparato difensivo.

Il Brunei reclama alcune porzioni di mare come Zone Economiche Esclusive, ma, come detto prima, non detiene il controllo militare dell’area. E’ considerato il paese con la posizione più debole nella zona.

Per quanto riguarda la Malesia invece, essa rivendica una piccola porzione delle Spratly, e non ha avuto scontri militari o diplomatici con altri paesi di particolare importanza, se non uno con le Filippine risalente al 1999. L’unico contenzioso, con la Thailandia, le cui Zone Economiche Esclusive si sovrapponevano con quelle malesi, è stato risolto in maniera pacifica; i due stati infatti hanno deciso di cooperare, sfruttando insieme le due zone.

Anche l’Indonesia si è mostrata pacifica e aperta al dialogo: nonostante vi fosse una sovrapposizione di interessi con il Vietnam, i due governi hanno risolto la questione in modo pacifico, in quanto vi è la reciproca consapevolezza del ruolo di potenza che possono giocare in ambito ASEAN, e in quanto condividono i cattivi rapporti con la Cina.

Le rivendicazioni di Taiwan corrispondono in pratica a quelle della Cina, e anche questo paese gode di una certa importanza nel quadro che si è venuto a delineare. Esso è infatti un elemento economico fondamentale nel sud est asiatico in quanto è un investitore di grande rilievo in paesi come il Vietnam, Malesia, Filippine e Indonesia. Questo lo rende soggetto ad una situazione particolare. Attualmente occupa militarmente le isole Pratas e mantiene il controllo dell’isola di Itu Aba, la più grande dell’arcipelago delle Spratly, importante come posizione strategica e come conformazione geologica: è infatti l’unica isola dell’arcipelago ove è possibile edificare un aeroporto e piccole strutture portuali senza ricorrere a operazioni di dragaggio di sabbia.  Tali rivendicazioni, insieme alle isole Senkaku, farebbero di Taiwan, ipoteticamente, uno Stato Arcipelagico.

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