Povertà, istruzione e sicurezza nazionale: quel legame controverso

di Stefano Polimeni

 

Il legame tra la nostra sicurezza, e più in generale quella dei paesi occidentali, e i temi della povertà e dell’istruzione nei Paesi meno sviluppati non è immediato, anche perché spesso si tendono a confondere le diverse dimensioni entro cui tale relazione si sostanzia.

 

Partendo dalla dimensione strettamente individuale, ovvero la correlazione che esiste tra la condizione socio-economica di un soggetto residente in un Paese relativamente povero e instabile, supponiamo mediorientale, e la sua propensione a legarsi ad un gruppo terroristico, l’evidenza empirica e le principali analisi a riguardo si discostano in modo considerevole dalla percezione che la maggior parte delle persone possiede sul problema. Alan Krueger in “What Makes a Terrorist: Economics and Roots of Terrorism” (2007) riesce a mostrare in modo chiaro e netto come l’adesione al terrorismo non coinvolga necessariamente persone appartenenti a gruppi sociali più poveri e meno istruiti. Al contrario, i dati (principalmente raccolti sulla questione palestinese) rivelano che un livello minore di istruzione non corrisponde ad un maggiore sostegno al ricorso ad attentati, in questo caso contro le forze israeliane. Secondo l’autore, ripreso anche da altri analisti del settore, sarebbe più opportuno invece concentrarsi su altri fattori, come l’importanza della componente ideologica, che possano spiegare meglio l’evoluzione dei processi di radicalizzazione che portano questi soggetti a scegliere la via del terrorismo.

 

Senza calarci nel dibattito tra economisti circa il modello più appropriato necessario per cercare di comprendere questo fenomeno, se quello delle attività criminali o la rational choice theory, risulta invece fondamentale inquadrare il contesto entro cui le nuove forme di terrorismo agiscono, in modo tale da effettuare un’analisi simile a quella adottata da Kruguer tenendo conto della continua evoluzione del quadro geopolitico mediorientale.

In attesa che ciò avvenga, in via preliminare può essere facilmente notato che molti leader di organizzazioni terroristiche provengono da famiglie relativamente benestanti, avendo anche alle spalle un percorso di studi da non sottovalutare, da Osama Bin Laden fondatore di Al Qa’ida ad Al-Baghdadi guida dell’autoproclamato Stato Islamico, così come decine di altri soggetti sulla black list delle principali agenzie di intelligence. E l’attenzione con cui tali gruppi conducono le loro attività, estremamente accorta nel cercare di ottenere il massimo risalto mediatico e politico sia sulle popolazioni locali sia sul loro principale target, i paesi occidentali, non può ricondurre un fenomeno di tale portata alle sole abilità di individui scarsamente istruiti che scelgono la via della lotta armata jihadista per motivazioni economico-sociali.

 

Spostandoci invece sulla dimensione nazionale, possiamo collocare il problema considerando il livello-Paese da un punto di vista qualitativo, certamente con un approccio opposto rispetto a quello degli studi di Krueger. Le diverse implicazioni rispetto a quanto detto in precedenza emergono dal fatto che gli Stati in condizioni di sostanziale povertà non sono in grado di assicurare quei fondamentali diritti umani di carattere economico, tra cui educazione, sanità e servizi di base. A ciò si accompagna l’incapacità strutturale tipica di questi Paesi nel garantire la sicurezza della popolazione, comportando una conseguente perenne condizione di instabilità.

In questo contesto di vero e proprio fallimento dello Stato, inteso come effettiva inadeguatezza delle istituzioni governative nell’assolvere alle proprie funzioni implicite, trovano facilmente spazio gruppi armati terroristici. In alcuni casi si assiste ad una vera e propria perdita di sovranità di vaste porzioni di territorio, come nel caso afghano dove fonti governative americane confermano ancora oggi una larga presenza talebana in almeno il 30% del Paese, o nel cosiddetto “Siraq” dove il sedicente Stato Islamico controlla aree estese. Emblematico è il caso di Hezbollah, organizzazione terroristica che dal 1982 domina nello scenario libanese sia nel corso dei diversi conflitti con Israele sia schierato attualmente al fianco delle forze governative di Assad nella polveriera siriana. Nel corso degli anni infatti, Hezbollah è diventato un vero e proprio “fornitore” di servizi sociali verso la popolazione libanese, in un modo considerato decisamente più efficace di quello statale. Centinaia di progetti sono stati da loro avviati e implementati, dall’estensione dell’elettricità in alcune zone rurali alla promozione dello sviluppo dell’agricoltura libanese. E ciò è indicativo dell’importanza data a queste forme di influenza verso la popolazione locale al pari del ricorso ad attacchi armati organizzati.

 

Negli ultimi due decenni si è assistito ad un interventismo occidentale in Medioriente mosso principalmente dalla necessità di rispondere nel più breve tempo possibile a pericoli immediati per la sicurezza nazionale, nella maggior parte dei casi senza che si fosse proceduto ad un’accurata valutazione preliminare dei problemi e delle possibili conseguenze di tali interventi. Se l’errore del passato è stato confondere le due dimensioni di povertà nel legame con il terrorismo, le sfide attuali e future passano in primo luogo dalla separazione dei due livelli, quello individuale e quello nazionale. Diversi leader mondiali, tra cui lo stesso Presidente USA G.W. Bush nel 2002, hanno più volte espresso il loro pensiero a riguardo, affermando l’importanza di risolvere il problema della povertà delle popolazioni di quei Paesi, in quanto proprio dal malcontento e dallo scarso livello di istruzione di queste persone nascerebbe il terrorismo. Le analisi di Krueger non confermano. Al contrario, ciò che manca tuttora è una visione che parta dai principi dello State-building e che nel lungo periodo possa dotare i Paesi a rischio dei necessari strumenti politici, economici e legislativi fondamentali per chiudere ogni spazio di azione ai gruppi terroristici, che costituiscono anche per noi reali “questioni di sicurezza nazionale”.

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