Investimento Estero Cinese – Un Piano Strategico

di Leonardo Giorgione

L’investimento estero cinese è in continua crescita: da meno di 3 miliardi di dollari nel 2005 ha raggiunto i 50 miliardi nel 2008, per poi toccare 108 miliardi nel 2013. Il fenomeno può essere spiegato solo parzialmente dall’opportunità lucrativa, in quanto una larga fetta di questo non presenta un tornaconto tangibile; il ministro del commercio cinese ha infatti dichiarato che il 65% degli investimenti non è redditizio. Un esempio recente è il patto da 5 miliardi di dollari elargiti al governo venezuelano in cambio di una futura fornitura di petrolio, in uno scenario globale in cui le riserve dei paesi non produttori sono al limite, visto il prezzo ai minimi storici.

 

Cominciando dalle effettive ragioni economiche, il rafforzamento del renminbi su scala globale, passato da 8:1 dollari nel 2007 a 6:1 nel 2014, rende più arduo l’export di prodotti cinesi. Massicce svalutazioni monetarie sono diventate inattuabili dal momento che lo yuan, dal primo ottobre, verrà incluso nel paniere delle valute di riserva del FMI. La stabilità della moneta è infatti la garanzia che Pechino ha assicurato a Washington in cambio della decisione stessa del Fondo Monetario Internazionale. L’unica soluzione rimasta al problema dell’export è quindi dislocare le aziende cinesi all’estero perché non siano ostacolate da una valuta troppo forte. Una seconda motivazione è la volontà di specializzazione delle aziende stesse, che sperano di poter aumentare il valore aggiunto risalendo la catena del valore, tramutandosi da meri assemblatori finali a aggregatori dell’intero processo di produzione. In quest’ottica diventa quindi sensato acquistare aziende estere o dislocare sedi all’estero per poter trarre vantaggio da una manodopera specializzata e da tecnologie più avanzate.

 

Tuttavia, gli investimenti cinesi, in quanto concentrati nel settore agroalimentare, in quello energetico, delle telecomunicazioni e delle infrastrutture, fanno intravedere un disegno strategico più complesso di quello fornito dalla semplice opportunità economica. Ciò è reso più evidente dalla peculiare interazione tra iniziativa economica e controllo statale presente nel paese: la maggior parte dell’investimento estero proviene da aziende direttamente controllate, in un modo o nell’ altro, dall’ apparato statale. Infatti, uno degli obiettivi della strategia “go global”, inaugurata col decimo piano quinquennale (2001-2005), è quello di istituire dei “campioni nazionali”, ovvero aziende portabandiera degli interessi cinesi all’estero. Siccome la maggior parte di queste sono poste sotto diretto controllo statale e che quindi non necessitano dell’approvazione governativa per le loro acquisizioni estere, possiamo presumere che la loro predominanza nell’investimento estero continuerà anche in futuro. L’approvazione del partito è invece necessaria per le imprese private: la regolamentazione non viene ufficialmente giustificata dal desiderio di dirigere l’investimento verso gli obiettivi desiderati, ma dalla volontà di provvedere “supporto macroeconomico” per rimediare alla “cecità e al disordine nel processo di investimento estero”. Elemento che, di fatto, concede assoluta libertà al governo di designare le aree di intervento.

 

Acquisti di terra coltivabile in Oceania, Sudamerica, Africa e Stati Uniti, dove la Cina ora possiede un quarto di tutti i maiali allevati, sono i punti focali di una manovra che punta ad assicurare a una popolazione di 1.35 miliardi di persone il futuro sostentamento alimentare. Man mano che la popolazione delle nazioni in via di sviluppo si trasferisce dalle campagne alle città, i loro fabbisogni alimentari aumentano, e il cibo assume sempre più importanza come risorsa strategica. Il gigante asiatico non è l’unico ad avere intravisto questa opportunità, dal momento che la crisi dei prezzi alimentari del 2007-2008 ha portato diversi fondi d’investimento americani e canadesi a inaugurare l’era del “great land rush” africano.

grafico leo

Le acquisizioni nell’industria carbonifera, del petrolio e del gas puntano a garantire un accesso a lungo termine alle materie prime. È un piano di lunga durata che mira a fornire il carburante necessario al funzionamento della macchina economica cinese nei decenni a venire. Nelle nazioni sviluppate l’opinione pubblica sta spingendo i governi ad adottare misure protezionistiche nei confronti di quello che viene identificato come un’indebita e pericolosa appropriazione delle risorse nazionali. Misure adottate sono le recenti tasse imposte sugli investimenti esteri e la necessaria approvazione di questi, rispettivamente da parte del governo Neozelandese e Australiano.

 

In nazioni meno sviluppate, gli investimenti si ritagliano un ruolo da protagonista nella costruzione di infrastrutture per le telecomunicazioni e i trasporti, settori strategici per il funzionamento del paese, e quindi particolarmente sensibili. Qui la storicamente abile diplomazia cinese agisce su due piani: costruisce il consenso dall’esterno proponendosi come una nazione che non si intromette nelle faccende di politica interna del paese ospite e, sul piano interno, acquisisce controllo o impianta filiali delle proprie testate giornalistiche a fine propagandistico. Esemplare la sede di Nairobi della CCTV, controllata da Pechino, che obbliga i giornalisti locali a rappresentare sotto una luce favorevole gli interessi cinesi nella regione.

 

Da quanto esaminato finora, la Repubblica Popolare sembra riproporre il suo piano di sviluppo interno, composto da un mix di pianificazione, aiuto statale e costruzione del consenso, sul piano internazionale. La lungimiranza asiatica contrasta con l’immagine di un’Unione Europea impegnata a dirimere problematiche interne e che per questo manca di un unitario obiettivo strategico di proiezione dell’influenza capace di conciliare i bisogni di nazioni in via di sviluppo con i nostri. La fragilità costitutiva dell’ordinamento del vecchio continente si traduce in una immobilità che rischia portarci verso un futuro di ridimensionata rilevanza internazionale.

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