Elezioni 2016 – un passaggio cruciale per l’ Iran

di Chiara Maggi

 

Ieri si sono tenute due elezioni in Iran: quelle per il Parlamento e per l’Assemblea degli Esperti.

Lo sfondo di questa tornata elettorale presenta liste riformiste fortemente compromesse per entrambi gli organi, in quanto la stragrande maggioranza dei loro candidati non è stata approvata dal Consiglio dei Guardiani (un organo composto di dodici individui, di cui sei sono direttamente scelti dalla Guida Suprema e sei sono scelti dal “Capo del Potere Giudiziario” – che non è il ministro della Giustizia – direttamente scelto a sua volta dalla Guida Suprema, e successivamente approvati dal Parlamento; ha il compito di vagliare le candidature onde epurarle di soggetti “pericolosi” per il sistema, tra i quali si è annoverato anche nientemeno che il nipote di Khomeini, il fondatore della Repubblica Islamica, cioè Hassan Khomeini).

Le elezioni parlamentari potrebbero vedere una buona rappresentanza di riformisti, senza raggiungere necessariamente una maggioranza; nonostante per l’Assemblea degli Esperti il risultato sia abbastanza scontato, nel senso che i candidati ammessi sono troppo pochi per poter scalfire il potere delle frange più pro-regime, è importante che almeno quei pochi possano entrare e rappresentare anime diverse della popolazione, ed è qui che entra in gioco il sempre importantissimo fattore dell’affluenza al voto.

io voto
“Io voto”. Molti iraniani hanno posto questo slogan come immagine del proprio profilo Facebook.

L’Assemblea degli Esperti è un organo importantissimo, in quanto è formato da ottantotto esperti di diritto islamico che vanno a formare – per un mandato di otto anni – quella sorta di conclave che elegge poi la Guida Suprema, il vero fulcro di tutto il sistema politico iraniano, una carica vitalizia che al momento attuale è rappresentata da Ali Khamenei, dell’età di 75 anni e malato da tempo: condizioni che rendono quantomeno realistico un cambiamento nei prossimi anni. Sarà proprio quando si assisterà a questo cambiamento che si avrà la reale possibilità di cambiamento, in forme più o meno graduali: potremmo vedere un sistema che funziona e continua, ma anche nuove manifestazioni dovute o a una presa di coscienza e di forza da parte della popolazione o al contrario causate da eccessiva frustrazione per l’oppressione da parte del regime (che però si è già scottato nel 2009).

Entrambi gli schieramenti hanno interesse a vedere una forte affluenza al voto: i riformisti perché hanno così più possibilità di ottenere voti (se non si teme che gran parte della popolazione sia contraria al sistema perché censurare un numero così alto di candidati?), dall’altra l’establishment per avere una sorta di legittimazione popolare. Per questo motivo, se si guardano i profili degli iraniani sui social network, il dibattito in questi giorni non è tanto su chi votare, ma sul se andare alle urne: il che risulta anche piuttosto comprensibile, perché se uno è contro un intero sistema – come lo sono molti iraniani – non vorrebbe neanche partecipare alla sua vita politica, ma in queste situazioni si trova, invece, in situazioni scomode e indubbiamente disagevoli, un po’ come scegliere tra il male (un sistema che funziona, ma che non si appoggia e dove i riformisti cercano di ritagliarsi qualche ruolo) e il peggio (un sistema che funziona e dove nessuna istanza di cambiamento ha la benché minima voce).

Un’affluenza alta e un buon numero di voti destinati ai riformisti daranno il segnale alla Guida che Rohani ha sostegno, e se non gli si lascerà un adeguato margine di manovra per portare avanti quel processo

io voto per essere partecipe (lett. azionista) del destino del mio Paese
“Voto per essere azionista del mio paese”.

di apertura che abbiamo potuto constatare dalla sua elezione, prima, e dall’accordo sul nucleare, poi, vi sarà l’altissimo rischio di frustrare un’altra volta una grossa fetta di iraniani che potrebbero essere tanto più animati dalla prospettiva realistica di un miglioramento nelle condizioni di vita, grazie all’uscita dall’isolamento (a patto anche che il prezzo del petrolio vada a rialzarsi o che trovino altre fonti di finanziamento per il funzionamento dello Stato, e che potrebbero, quindi, non esitare a manifestare il loro dissenso). Sarebbe un giocare col fuoco – come nel 2009 – e il regime ha sufficientemente “osato” con l’eliminazione di così tanti candidati riformisti; tuttavia, probabilmente esso ha un’adeguata intelligenza politica per evitare di arrivare a questo punto.

 

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