La Finanza Islamica Alla Conquista Dei Mercati

di Enrico Ellero

 

L’accesa rivalità fra il regime degli ayatollah e la monarchia wahabita di Riad, con le annesse ripercussioni sulla guerra in Siria, ha riportato alla luce il problema dell’Islam politico di cui Iran e Arabia Saudita sono i massimi esponenti. Tuttavia, lontano dalle attenzioni dei media occidentali, si sta affermando un Islam “economico-finanziario” che trae origine dalla sharī‘ah e si propone come un’alternativa al sistema finanziario tradizionale.

Il Corano infatti proibisce il ribā, inteso in senso lato come interesse, contrapponendolo in modo radicale al commercio, ovvero all’attività economica reale (“Dio ha reso lecito il commercio e illecito l’interesse”, Corano, seconda sura, versetto 275). Una condanna meno esplicita al concetto di interesse si trova anche in Luca 6, 34-35 : “E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo”. Diverso il discorso per quanto riguarda l’ebraismo: il Deuteronomio vieta all’ebreo di prestare a interesse ad un “fratello”, ma non ad un gentile (da qui nasce lo stereotipo dell’ebreo usuraio).

 

Dunque, nonostante l’interesse sia stato storicamente giudicato peccaminoso dalle tre grandi religioni monoteiste, al giorno d’oggi soltanto l’Islam sta offrendo un modello economico-finanziario basato sull’assenza del ribā. Vi sono tuttavia altri tre pilastri su cui ogni istituzione finanziaria sharī‘ah-compliant si fonda: il rifiuto del gharār, traducibile come rischio o incertezza, la condanna del maysīr (speculazione) e il divieto di investire in attività che il Corano considera  ḥarām, cioè empie (alcol, tabacco, commercio di armi, pornografia…).

Ma cosa significa concretamente rifiutare gli investimenti legati al rischio e le pratiche speculative? In cosa si differenzia cioè un istituto di credito islamico da una banca tradizionale?

Innanzitutto un’applicazione rigida del divieto di ribā precluderebbe alle banche sharī‘ah-compliant la possibilità di investire nelle azioni di tutte quelle società che fanno ricorso al debito pagando interessi o concedono credito accumulando interessi. In realtà l’indebitamento, anche se minimo, è caratteristica tipica di quasi tutte le imprese moderne, dunque anche la finanza islamica è dovuta scendere a compromessi, fissando dei limiti entro i quali è consentito investire nel capitale di rischio di un’impresa o prestare denaro alla stessa. Ad esempio i fondi di investimento islamici possono avere in portafoglio azioni di società indebitate, purché il rapporto tra debito e equity non superi il 30%. Tali fondi detengono prevalentemente titoli di carattere azionario poiché gli strumenti finanziari per i quali viene corrisposto un interesse fisso o determinabile, come le tradizionali obbligazioni, sono in netto contrasto con i precetti coranici; ciò chiaramente comporta una notevole riduzione delle possibilità di diversificazione.

Vi sono tuttavia dei titoli, denominati sukūk, che spesso vengono definiti impropriamente “bond islamici”: si tratta di certificati di investimento, legati ad una specifica iniziativa economica, la cui remunerazione è commissionata all’utile di tale iniziativa. I profitti dipendono dunque dai guadagni che un’attività (un investimento nel mercato immobiliare ad esempio) è in grado di generare. L’idea di fondo è sempre quella di stabilire una connessione fra l’attività finanziaria e l’economia reale, evitando gli eccessi speculativi della finanza convenzionale, troppo legata all’interesse e al rischio.

 

La finanza islamica è relativamente recente (i primi istituti di credito vennero fondati negli anni Sessanta), ma dal 1975, anno in cui in Arabia Saudita nacque l’Islamic Development Bank, essa iniziò a crescere e ad espandersi anche nei paesi non a maggioranza musulmana. Uno sviluppo rapido, fulmineo, le cui cause principali possono essere sintetizzate nei seguenti punti: 1) abbondante liquidità generata dalle attività di produzione ed esportazione del petrolio 2) crescita delle popolazioni musulmane nel mondo con conseguente aumento della domanda di servizi finanziari islamici 3) ruolo attivo dei governi nazionali e delle 5organizzazioni internazionali nella promozione del sistema finanziario sharī‘ah-compliant. Tra queste ultime spicca la già citata Islamic Development Bank, ancora oggi al centro del mondo dei servizi finanziari islamici, a cui nel 2007 è stato concesso lo status di osservatore all’Assemblea delle Nazioni Unite.

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La sede dell’ IDB, a Jedda

Questa banca, il cui motto è “providing resources, fighting poverty, restoring dignity”, ha come obiettivo primario lo sviluppo economico e sociale dei paesi membri e delle comunità musulmane nel mondo, in accordo con i principi della sharī‘ah. Possono farne parte soltanto gli stati che aderiscono all’OIC (Organization of the Islamic Cooperation), un ente sovranazionale che come l’IDB ha una delegazione permanente all’ONU ed ha sede anch’esso a Gedda, in Arabia Saudita. Ed è proprio il regno di re Salman il principale azionista della IDB:  con una quota di poco superiore al 23% stacca nettamente la Libia (secondo azionista col 9,43%) e soprattutto l’Iran (8,25%), garantendosi una percentuale che gli permette di influenzare notevolmente le decisioni prese dalla banca.

 

La finanza islamica, tuttavia, ha da tempo varcato i confini dell’Umma e ha messo radici nei più grandi centri finanziari del mondo, Londra in primis. Intervenendo al World Islamic Economic Forum del 2013, svoltosi nella capitale britannica, il primo ministro David Cameron disse: “Quando la finanza islamica cresce del 50% più velocemente rispetto al settore bancario tradizionale e quando gli investimenti islamici globali sono destinati ad arrivare a 1,3 trilioni di sterline entro il 2014 dobbiamo puntare ad assicurarci che una grande proporzione di quel nuovo investimento sarà fatto qui in Gran Bretagna”. Proprio il regno di Sua Maestà nel giugno 2014 è stato il primo paese non islamico a emettere un sukūk sovrano, una mossa politica più che economica, una dimostrazione a tutti gli investitori che Londra è pronta a diventare il cuore occidentale della finanza islamica. Nel Regno Unito vi sono 6 istituti di credito interamente islamici, ma più di venti banche hanno acconsentito ad aprire le cosiddette “islamic windows”, ovvero uffici e sportelli ad hoc che permettono ai clienti di avere conti correnti speciali che utilizzano la compartecipazione agli utili al posto della garanzia sul valore nominale del deposito attraverso i tassi di interesse.

Inoltre venticinque fra i maggiori studi legali inglesi hanno sezioni che si occupano di questioni inerenti alla finanza islamica, una cifra record a livello europeo.

Non è tuttavia la Gran Bretagna, bensì la vicina Irlanda la patria dei fondi d’investimento sharī‘ah-compliant: si stima che circa il 20% di tali fondi al di fuori del Medio Oriente abbia sede in Irlanda. Ciò è dovuto a diversi fattori: politiche fiscali favorevoli, facile accesso ai mercati europei, ampia disponibilità da parte del governo e delle istituzioni economico-finanziarie del paese (ad esempio l’Irish Financial Regulator ha dato vita a un team creato appositamente per le questioni relative ai fondi islamici e al loro sviluppo) .

Ultimo, ma non ultimo il caso del Lussemburgo: questo piccolo paese che supera di poco il mezzo milione di abitanti è la “seconda casa” dei fondi d’investimento islamici in Europa dopo l’Irlanda. Le autorità lussemburghesi da sempre facilitano l’ingresso di capitali esteri nel Granducato e viste le opportunità che la finanza islamica offre e le notevoli prospettive di crescita, non si sono fatte scappare quest’occasione.

Nel 2002 la Borsa del Lussemburgo è stata la prima in Europa a quotare un sukūk  e nel 2009 la Banca del Lussemburgo ha aderito, facendo anche in questo caso da apripista in Europa, all’Islamic Financial Services Board (IFSB). Inoltre nello stesso anno Deutsche Bank ha lanciato la piattaforma al-Mi’yar, con sede in Lussemburgo, con l’obiettivo di facilitare l’emissione di titoli sharī‘ah-compliant.

 

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Capitalizzazione fondi Shari’a-Compliant

 

 

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Sukuk nelle borse europee

E l’Italia? A differenza di altri stati europei il Belpaese presenta un mercato finanziario islamico ancora agli albori, ma con ampi margini di sviluppo secondo la BCE.

Lo scorso ottobre a Torino ha avuto luogo per la seconda volta il Turin Islamic Economic Forum (TIEF), in cui esperti da ogni parte del mondo si sono confrontati sulle prospettive di crescita della finanza islamica in Italia, ma anche su possibili investimenti e partnership nel campo del cibo e della moda, i capisaldi dell’italianità. Tuttavia investire nel nostro paese resta un’impresa ardua per un investitore che voglia rispettare il diritto islamico in maniera ortodossa: nel 2014, tra le oltre 2500 società quotate di tutto il mondo che secondo il Dow Jones Islamic Market Index adottano politiche economico-finanziarie compatibili con i precetti coranici, comparivano soltanto sette aziende italiane, tra cui Moncler, Luxottica e Parmalat. Inoltre nessuna banca islamica ha ancora aperto filiali in Italia e l’emissione di  sukūk  non è minimamente presa in considerazione dalle imprese. L’ingegner Gianmarco Montanari, organizzatore del TIEF, è convinto che siano proprio questi i due fronti sui quali lavorare per rendere il paese maggiormente aperto a un business dalle grandissime potenzialità.

 

Cosa aspettarsi dall’anno nuovo? Secondo Standard & Poor’s nel 2016 la finanza islamica crescerà moderatamente, dopo oltre vent’anni di sviluppo senza freni, complice soprattutto il bassissimo prezzo del petrolio, che per vari analisti è destinato a scendere sotto i trenta dollari al barile. Chi vivrà vedrà.

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