Perchè Cina Economia Di Mercato Spaventa L’ Europa. E soprattutto l’ Italia

di Giulio Sinibaldi

 

Alla fine del 2016, l’11 dicembre, la Repubblica Popolare Cinese acquisirá lo status di Economia di mercato all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Nonostante possa sembrare un avvenimento marginale nel caos delle relazioni internazionali, potrebbe avere effetti particolarmente seri sul nostro stile di vita.

Diamo un’occhiata ai papiri, datati 2001, sull’ammissione della Cina al WTO, e in particolare al punto 15, (d) del documento  “ACCESSION OF THE PEOPLE’S REPUBLIC OF CHINA TO WTO”.

“Once China has established, under the national law of the importing WTO Member, that it is a market economy, the provisions of subparagraph (a) (criteri per l’imposizione di tariffe antidumping, NdR) shall be terminated provided that the importing Member’s national law contains market economy criteria as of the date of accession.  In any event, the provisions of subparagraph (a)(ii) ( Criteri di effettiva applicazione delle tariffe antidumping, NdR) shall expire 15 years after the date of accession (11 Dicembre 2016).  In addition, should China establish, pursuant to the national law of the importing WTO Member, that market economy conditions prevail in a particular industry or sector, the non‑market economy provisions of subparagraph (a) shall no longer apply to that industry or sector.”

In breve: dall’11/12/16 la Cina acquisterá lo status di economia di mercato a tutti gli effetti, perció le misure di protezione antidumping sottoforma di tariffe alle importazioni dovranno vedersi abbassate.

Cosa sono le tariffe antidumping?

Sono tutte quei dazi che un paese, ad esempio l’Italia, o un’area di commercio comune, come l’UE, pone sui beni importati da un paese terzo che abbiano dei prezzi artificialmente bassi, ad esempio sotto il costo marginale di produzione. Un esempio recente é l’imposizione da parte della Commissione Europea di “import duties” fino al 70% del prezzo sui pannelli fotovoltaici made in China, mediamente il 45% piú economici di quelli europei. Da ció é scaturito un forte scontro UE-Cina sulla legittimitá di suddette misure, terminato da parte cinese con un’aumento dell’imposizione fiscale su alcuni beni alimentari di produzione Europea.

Ora, la vendita all’estero di beni sotto il costo marginale é una pratica commerciale antica quanto l’industria stessa o almeno quanto l’innalzamento di dazi alle importazioni per proteggere le industrie nascenti o esistenti. Il dumping é la ragione piú comune per cui i paesi sviluppati impongono dazi nei confronti di quelli in via di sviluppo, soprattutto per ragioni politiche quali la difesa di settori produttivi nazionali che garantiscono risorse fiscali, bacini elettorali e stabilitá sociale. Il problema é che nell’era della globalizzazione e del libero scambio le nazioni non possono imporre arbitrariamente tariffe ai beni in entrata nei confronti di altre. Per fare ció, bisogna sostenere le motivazioni di tale scelta con prove di comportamento anticoncorrenziale (“trade disruptive”) del paese oggetto all’Organizzazione Mondiale del Commercio di Ginevra. Applicare questi dazi ad un paese che al WTO non ha raggiunto lo status di economia di mercato é semplice, tutt’altro se è invece considerato tale.

La Cina é soggetto di 25, su 39 totali, investigazioni della commissione europea per difesa del commercio. Il 96,2% e 79,5% delle sue importazioni in valore di beni agricoli e non agricoli rispettivamente é soggetta a tariffe comunitarie, al contrario del 53,4% e 26,9% per i beni dagli USA. Non é difficile comprendere che tale avversione da parte delle autoritá europee nasca non solo per “amore del giuoco della concorrenza”, ma in primo luogo per motivi protezionistici. Non stupisce dunque che l’Italia abbia iniziato un percorso di opposione nei confronti di questa eventualitá. In particolare, i rappresentanti nostrani sono terrorizzati dalla fine che potrebbe fare l’Ilva di Taranto( come spiegato dall’ottimo Mario Seminerio) una volta che il mondo venga inondato dall’acciaio cinese.

Nonostante l’opposizione di alcune cancellerie europee é praticamente certo che la Cina otterrá tale definizione, come ha ottenuto dal Fondo monetario internazionale l’inserimento del Renmimbi nel paniere delle valute di riferimento. Piú che altro é irrealistico pensare che al motore della crescita mondiale che sta attraversando un perido delicato di cambiamento venga bloccata una tale di occasione di crescita.

Cosa succederá quando il Dragone godrá della protezione garantita dal nuovo status? Nessuno lo puó sapere con certezza anche se la minaccia alla stabilitá politica, soprattutto di paesi sud europei, non é affatto remota. Nel lungo periodo una liberalizzazione del commercio é sicuramente un fatto positivo per tutte le economie coinvolte, poiché si riallocanio in maniera piú efficiente le risorse produttive, il problema é che si passa attraverso un periodo di transizione che talvolta é traumatico per i player piú deboli.

Lo scenario di medio periodo per l’eurozona e in particolare per i paesi periferici non é dei migliori. Dopo anni di recessione e aumento considerevole del livello naturale di disoccupazione, la fiducia residua della popolazione nel sistema istituzionale risiede nella flebile ripresa congiunturale che faticosamente sta maturando, trainata da eventi esogeni e irripetibili come la caduta del costo del greggio e il quantitative easing della BCE. Come testimoniano le elezioni regionali in Francia, quelle politiche in Portogallo, Spagna, Italia e Grecia, prospettive di stabilitá politica e istituzionale di lungo periodo dipendono dalla capacitá di governi depotenziati fiscalmente dalla costruzione europea di garantire risultati economici in termini di crescita di prodotto e occupazione soddisfacenti in breve tempo, senza intervenire troppo sulle strutture sociali ed economiche preesistenti per non perdere intere fasce di elettorato.

La progressiva diminuzione dei dazi sui prodotti cinesi metterá sotto pressione quelle industrie in competizione piú o meno diretta con i produttori cinesi. Sono apparsi studi di settore secondo cui nel medio periodo l’europa potrebbe perdere fino a tre milioni e mezzo di posti di lavoro in quelle industrie a piú basso valore aggiunto che hanno goduto di decenni di protezione governativa sono le piú esposte come l’industria dell’acciaio, della ceramica e il tessile.

Sebbene gli ultimi mesi del 2015 siano stati di relativa calma sul fronte economico permangono diverse ragioni di preoccupazione per le prospettive di crescita sugli anni a venire: deflazione, debito sovrano periferico, rallentamento dell’unione bancaria e della Capital Markets Union. Il FMI ha appena abbassato le stime di crescita del Pil e il Wto ha riscontrato una inaspettata diminuzione della cresita del commercio mondiale. Quindi la rimozione dei dazi andrebbe a colpire un’economia ancora fragile.

Nel caso in cui le gabelle scendessero in modo particolarmente veloce e inatteso, il risultato sarebbe uno shock che si potrebbe tradurre in una forte perdita di occupazione, prodotto e attivitá manifatturiera in questi settori. Nel caso in cui la conseguente perdita di occupazione fosse cosí sostanziale, piú che compensando in negativo i guadagni di produttivitá e di nuova forza lavoro in settori meno a rischio, essa allora potrebbe influenzare anche la stabilitá del sistema politico attuale. In tal caso infatti le promesse dei partiti istituzionali difficilmente verrebbero mantenute. A quel punto quei partiti anti sistema, anti europeisti che fino ad ora non sono riusciti ad andare al potere potrebbero guadagnare nuovo slancio nella scalata alle istituzioni politiche, spingendo l’eurozona ad un livello di incertezza mai sperimentato.

Aspettiamoci un 2016 trafficato sulle sponde del Lac Leman.

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