Ramadi: un successo (solo?) per il morale

di Stefano Polimeni

 

Nelle ultime settimane la città di Ramadi, ad un centinaio di chilometri ad ovest di Baghdad, è stata teatro della prima importante offensiva da parte delle forze governative irachene appoggiate dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis. Situata sulle rive del fiume Eufrate, Ramadi costituisce un nodo strategico di fondamentale importanza nel collegare la capitale irachena con il confine siriano e giordano.

Soltanto nel maggio scorso, la conquista di questa città aveva segnato il punto di massima espansione in Iraq dell’Isis, che aveva approfittato di evidenti errori strategici e di una sostanziale disorganizzazione delle forze militari governative, ampliati anche dai chiari contrasti tra il governo sciita di Baghdad e le comunità sunnite locali.

Martedì 22 dicembre è iniziata l’azione più importante con un dispiegamento di truppe considerevole sotto la guida del Generale Ismail al-Mahlawi, comandante delle operazioni militari nella provincia di Al Anbar. L’offensiva si è mossa secondo due direttrici principali, con il fondamentale appoggio degli airstrikes della coalizione internazionale: da sud elementi dell’ottava Brigata irachena, della polizia locale e delle milizie sunnite alleate hanno iniziato  ad avanzare verso il centro urbano; da ovest, invece, è risultato cruciale il ruolo dei reparti del Counter-Terrorism-Service nel supportare le forze governative nel complicato accesso alla città vista la distruzione dei principali ponti sul fiume Eufrate.

Allo stato attuale, le forze governative non hanno ancora il pieno controllo della città che secondo i vertici militari iracheni vedrebbe ancora decine di combattenti jihadisti asserragliati nei quartieri periferici nordorientali. Sta di fatto che le forze armate irachene sono riuscite a prendere possesso dell’ex sede del governo nel centro della città non senza incontrare rilevanti difficoltà.

ramadi
Fonte: Institute for the Study of War

Nonostante l’evidente disparità di forze in campo, si stimano complessivamente 10mila truppe irachene coinvolte dall’inizio dell’offensiva contro poco meno di un migliaio di jihadisti, il contesto urbano, evidentemente provato dagli scontri e dai bombardamenti della coalizione internazionale, si è rivelato un prezioso alleato per i combattenti dell’Isis: le centinaia di mine disseminate nei vari settori della città insieme alla presenza di cecchini disposti tra gli edifici parzialmente distrutti non possono che far ascrivere questo scenario ad un classico esempio di guerriglia urbana.

Date queste oggettive complessità operative, un altro elemento ha contribuito a rallentare ulteriormente la conquista di Ramadi da parte delle truppe governative, in particolare la scelta di non coinvolgere nell’offensiva le truppe armate sciite che invece si stanno rivelando decisive nei combattimenti nella parte settentrionale del Paese. Essendo Ramadi il capoluogo della provincia fortemente sunnita di Al Anbar, tale decisione da parte del governo sciita di Baghdad risiede nella volontà di coinvolgere direttamente le milizie sunnite addestrate e parzialmente equipaggiate dagli stessi Stati Uniti, in modo da evitare ulteriori contrasti con la popolazione locale che si sono rivelati decisivi nella sconfitta di maggio.

In questo contesto, lo scenario che va prefigurandosi, ovvero la piena conquista della città, costituirebbe un’effettiva vittoria delle truppe governative di Baghdad e della coalizione internazionale. Tuttavia, l’ancora manifesta disorganizzazione delle forze militari irachene e lo scarso coordinamento sia con le milizie sunnite alleate sia con i membri della coalizione nel definire chiaramente gli obiettivi strategici da colpire, non fanno che rendere ancora più precario il risultato, seppur positivo, ottenuto a Ramadi. Soltanto dopo la conquista delle città di Mosul, nel nord del Paese, e di Fallujah, a metà strada con Bahgdad, forse potremmo parlare di un sostanziale successo della coalizione anti-Isis, almeno in Iraq. Per quanto riguarda la Siria, lo scenario è evidentemente ancora più complesso.

 

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