Sulla situazione politica in Turchia

di Ozan Kutlu

Le elezioni del 7 giugno 2015 hanno avuto un’importanza critica per la determinazione del futuro politico della Repubblica di Turchia. Recep Tayyip Erdoğan, attuale Presidente della Repubblica, vuole da tempo modificare la costituzione per portare il sistema presidenziale verso il modello USA – nonostante i suoi atteggiamenti dimostrino che egli è già il Presidente de facto. Eletto Presidente della Repubblica, Erdoğan ha appuntato Ahmet Davutoğlu (il suo ex ministro degli esteri e l’architetto dell’attuale politica di Medio Oriente della Turchia) a segretario generale dell’AKP e primo ministro. Si sapeva molto bene che Davutoğlu non portava in dote il carisma di Erdoğan e non aveva le caratteristiche personali per vincere le elezioni ottenendo la maggioranza assoluta in parlamento. La situazione si è complicata ulteriormente quando Selahattin Demirtaş, segretario generale dell’HDP (partito di opposizione che ha la minoranza curda come base), ha annunciato che l’ HDP si sarebbe presentato alle elezioni come partito, non proponendo candidati indipendenti come avvenuto fino a quel momento, in modo da non essere bloccati dalla soglia di sbarramento (10%). Questo cambiamento è stato dovuto al carisma crescente di Demirtaş, che ha ottenuto la simpatia non solo dei curdi ma anche degli elettori Repubblicani. Una parte degli elettori Repubblicani, che non volevano a nessun costo che Erdoğan diventasse Presidente, hanno aiutato Demirtaş a superare la soglia di sbarramento e hanno votato per l’ HDP. Alla fine del settimo giorno del giugno di 2015, domenica, il sole tramontava anche per Erdoğan; secondo i risultati delle elezioni, il partito di Erdoğan, l’AKP aveva preso il 40% dei voti (nel 2011, era il 50% dei voti) e l’HDP aveva ottenuto il 13%, superando la soglia ed entrando nel parlamento.

Con l’entrata dell’HDP nel parlamento, l’AKP ha perso la maggioranza assoluta nel parlamento per la prima volta nel corso degli ultimi 13 anni e, non avendo la maggioranza assoluta, ha dovuto stabilire una coalizione con gli altri partiti nel parlamento. Il 9 luglio, un mese dopo le elezioni , Erdoğan ha incaricato Davutoğlu di formare il governo, e Davutoğlu si è messo in cerca di compromessi con gli altri partiti; o almeno questa era la versione dei vincitori, perché il vero obiettivo di Erdoğan era andare alle elezioni anticipate, in modo tale da ottenere una vittoria per l’AKP con un margine più alto. A questo obiettivo era ostacolo la presenza dell’ HDP nel parlamento.

Mentre venivano intessute queste trame politiche, un’altra realtà, un problema ancora piu grave incombeva: gli scontri tra l’ISIS e il PYD (l’organizzazione militare del PKK, che è stata riconosciuta da parte di NATO, UE, USA e Turchia come organizzazione terroristica), e i profughi in fuga da questi scontri; il confine siriano turco ha una lunghezza di 822 km ed è impossibile controllare i passaggi per tutto il confine. Come è ben risaputo, la Turchia purtroppo ha un rapporto molto ambiguo con lo Stato Islamico, che è stato in passato supportato anche direttamente, sia per i fini politici del governo islamista AKP (dal momento che l’ISIS è sunnito come la maggioranza della Turchia) sia per i fini geopolitici nazionali del paese (la possibilità/la presenza di un paese fondato sull’identità etnica curda, Kurdistan, è considerata una minaccia alla sicurezza interna ed esterna del paese nel lungo termine), e per tali motivi i militanti dell’ ISIS in passato hanno avuto ampie possibilità di movimento nel territorio turco.

Nonostante la guerra civile in Siria, gli immigranti siriani e vari altri problemi, nella parte sud orientale del paese la situazione era più o meno pacifica. Tutto questo è invece cambiato il 20 luglio.  A Suruç, un paese della provincia di Şanlıurfa, sul confine siriano esattamente di fronte ad Ayn el-Arap (Kobane), sono stati uccisi 32 civili con un attentato suicida. L’ISIS ha rivendicato l’attacco. L’HDP ha accusato il governo di non aver preso le misure necessarie per prevenire l’attacco (visto che le vittime erano curdi che si organizzavano per portare aiuto a Kobane). Per ritorsione, il PKK due giorni dopo l’attentato ha ucciso due poliziotti a casa loro mentre dormivano. Il 23 luglio un sottufficiale turco è stato ucciso sul confine siriano durante una sparatoria con l’ISIS e a mezzanotte l’aeronautica turca ha lanciato una campagna di bombardamento contro i bersagli di PKK e ISIS in Nord Iraq e in Siria come rappresaglia. Dopo le prime sortite, i bombardamenti hanno avuto come bersaglio solo il PKK in Nord Iraq. Con la dichiarazione unilaterale dell’abrogazione del cessate il fuoco da parte del PKK, i conflitti si sono intensificati. Il PKK ha anche cambiato l’ambiente del conflitto; questa volta si era organizzata in citta anziché in campagna.

Questo cambiamento segue il periodo del cosiddetto “processo di risoluzione”, un programma che imponeva il cessate il fuoco tra lo Stato e il PKK, ed aveva come obiettivo di trovare un compromesso tra le parti e portare pace alla regione e a tutto il paese, nonché di estinguere il PKK. Questo processo era stato criticato abbondantemente da molte parti perché restringeva l’ambito e la capacità di fare operazioni delle forze armate nazionali, mentre il PKK non si stava disarmando e si ritirava in Nord Iraq, proteggendo così la sua capacita bellica. I conflitti sono stati molto duri, molto spesso i soldati sono stati uccisi con mine, ed IED, fatti e posizionati sulle strade anche con l’aiuto delle autorità locali durante il suddetto processo. Come conseguenza di tutto ciò, Erdoğan ha dichiarato la sospensione del processo. Il PKK ha continuato ad intensificare i suo attacchi, non solo nella parte orientale del paese ma anche nella parte occidentale in città come Istanbul, Ankara, İzmir ecc. prendendo di mira le questure, gli uffici pubblici ed anche i musei (a Istanbul, i militanti hanno attaccato le guardie del palazzo di Dolmabahçe, un museo da cui ogni giorno passano 3000-4000 turisti).

Oltre al livello militare-para militare del conflitto, i contrasti si sono diffusi anche a livello popolare; una parte non minoritaria della popolazione ha cominciato a mettere sul banco degli imputati Erdoğan, Davutoğlu e il suo governo. Infatti Erdoğan è stato criticato molto duramente dopo un suo discorso in commemorazione di dei soldati uccisi, dicendo “Se i 400 parlamentari fossero stati eletti, non sarebbe accaduto tutto questo.” (400 è il numero di parlamentari necessari per modificare la costituzione senza ricorrere al consenso di altri partiti). Il 6 settembre il conflitto è cambiato di livello: il PKK ha teso un’imboscata a un convoglio militare a Dağlıca, utilizzando 3.2 tonnellate di esplosivo ed uccidendo 16 soldati. Due giorni dopo, con la stessa tattica vengono uccisi 13 poliziotti. Dopo questi due sanguinosi attacchi la gente è scesa nelle piazze, per protestare. Purtroppo Selahattin Demirtaş e l’HDP non sono riusciti a prendere una posizione netta nei confronti di questi attacchi e non li hanno condannati nettamente. Questa volta sono avvenuti attacchi contro le sedi dell’HDP in tutto il paese e si sono verificate aggressioni a danno di chi è sospettato di essere curdo e supportare PKK. Il livello di pregiudizio era così alto che si è arrivati a picchiare anche un pilota militare, che paradossalmente aveva preso parte personalmente alle operazioni fatte contro il PKK.

A margine, c’è un altro problema rilevante, che è l’andamento dell’economia. La lira turca continua a svalutarsi nei confronti del dollaro americano e dell’euro ogni giorno, il livello di disoccupazione aumenta, la produzione diminuisce. Per riassumere: la situazione generale nel paese non è affatto brillante, la tensione è costante e tuttora molto alta. Ogni giorno giunge un’altra notizia di conflitti a fuoco e di uccisioni di soldati e poliziotti. Tra il 7 luglio e il 30 settembre sono stati uccisi circa 130 tra soldati e poliziotti.Adesso, in Turchia si procederà alle elezioni anticipate, che si svolgeranno il primo novembre, e saranno determinanti per il suo futuro.

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