Tibet e Xinjiang, spine nel fianco del dragone cinese.

di Enrico Brunet

Formalmente, in Cina, le minoranze sono tutelate e hanno ampi margini di autonomia politica, e in misura minore, economica. La Repubblica Popolare Cinese è infatti divisa in 33 regioni (tra provincie, regioni autonome, regioni amministrative autonome, municipalità), di cui 5 sono le regioni autonome. Ma a fronte di una garanzia “costituzionale”, i vari governi che si sono succeduti negli anni a Pechino mai hanno permesso che il controllo di un distretto fosse effettivamente sottratto al centralistico apparato burocratico e politico della capitale. Due regioni sono emblematiche di questa condizione: lo Xinjiang, regione occidentale, la cui etnia principale è quella degli Uiguri, popolazione turcofona e musulmana; e il Tibet.

In queste regioni, però, le rispettive richieste indipendentiste hanno assunto percorsi divergenti : la situazione nello Xinjiang è degenerata, mentre quella in Tibet si è, forse definitivamente, normalizzata, dopo un picco di violenza nel 2008.

A fronte di due diversi gradi di (ristretta) applicazione dei poteri di autonomia, diverse sono le forme con cui si concretizza la spinta autonomistica: nel primo caso, lo Xinjiang, dove questa autonomia è molto compressa, con frequenti attentati, sabotaggi, e conseguente militarizzazione dello spazio pubblico da parte delle truppe, per la maggior parte di etnia Han; nel secondo caso, dove leggermente maggiore è il margine di libertà, con sabotaggio economico, immolazioni (celebri le immagini dei monaci buddisti che si danno fuoco), ma anche un concreto indirizzo politico sempre condiviso delle forze di protesta, anche quando questo indirizzo è mutato nel tempo: ciò non ha finora portato ad alcun vero riconoscimento, ma la repressione e il controllo statale sono certamente stati meno oppressivi nei recenti decenni.

Un fattore che accomuna queste due regioni, e tutte le altre dove delle minoranze etniche sono o sono state maggioranze locali, è la forzata emigrazione di milioni verso altre aree del paese, spesso molto distanti, e la contestuale “hanizzazione”: lavoratori di etnia Han (la maggioritaria in Cina) con le loro famiglie che sono fatti spostare in queste aree periferiche.  Infatti, la popolazione han dello Xinjiang era nel 1949 il  6% mentre ora è il 40%. Quella uigura è il 45%, mentre prima era il 70% : va detto però che altre popolazioni quali kazaki, hui, e mongoli sono sempre stati presenti nella regione, anche a livelli più consistenti di quelli attuali. Attualmente, le popolazioni centroasiatiche, tra cui rientra quella uigura, appartenente al ceppo turcomanno, si concentrano soprattutto nella parte Sud e Ovest della regione, quelle della Cina continentale nella parte Nord e Est.  Stessa cosa dicasi per il Tibet, passato da un virtuale 100 % di popolazione tibetana al 92% (stando ai dati del governo) o al 45 % (dato del governo tibetano in esilio): probabilmente il dato più realistico sta nel mezzo.

Poco prima di Maggio 2014 il presidente cinese Xi ha visitato lo Xinjiang rimarcando come in esso ci debba essere una più stretta convivenza tra le etnie uigure e han, promettendo ulteriori aiuti economici, ma preannunciando altresì una imminente stretta di controllo sulla vita pubblica. Ed effettivamente, dal Maggio 2014, il governo cinese ha lanciato un programma di un anno di rafforzamento della sicurezza nella Regione Autonoma dello Xinjiang. Ciò non è bastato a prevenire un’ escalation di violenza, con i morti degli ultimi 6 mesi causati dal conflitto stimati in non meno di 500, la maggior parte derivante da attacchi terroristici da parte di gruppi indipendentisti e islamici. Per scoraggiare la religione, vista come l’ aggregatore più potente delle istanze separatiste, è stato proibito a qualsiasi dipendente pubblico e a qualsiasi ragazzo di età inferiore ai 18 anni di entrare in una moschea. Agli uomini non è più concesso crescere la barba, e indossare il velo alle donne.

Lo Xinjiang, nel corso dei secoli, è stato a fasi alterne, e con soluzione di continuità, sotto dominazione principalmente mongola e cinese. Nel 1949, dopo le brevi esperienze della prima e seconda Repubblica del Turkestan Orientale (anni  ’30 e ’40), entra definitivamente a far parte dello Stato Cinese, e poi della Repubblica Popolare quando essa si forma. Soprattutto nel corso degli anni ’60, ’70 e ’80, la Cina e la Russia hanno supportato rispettivamente i Mujaheddin in Afghanistan nella lotta contro l’ invasione sovietica, e i movimenti indipententisti uiguri nella loro aspirazione alla separazione, in un tentativo di garantirsi un vantaggio di posizionamento sopra all’ avversario nel contesto asiatico. La Russia forniva supporto logistico e addestrava i ribelli turcomanni, nonché propagandava attraverso radio clandestine, molto ascoltate, gli ideali separatisti. Negli anni ’90 l’impulso separatista ha, paradossalmente, tratto nuova linfa dal collasso dell’ Unione Sovietica e dalla conseguente creazione di vari stati musulmani centroasiatici. Da allora il movimento indipendentista più attivo è l’ East Turkestan Islamic Movement (ETIM), nonché, all’ estero, il World Uyghur Congress.

Dalla seconda metà degli anni 2000 la situazione nello Xinjiang ha preso una piega molto violenta, con rivolte popolari represse nel sangue, uccisioni etniche, attentati anche clamorosi. Non che il governo stia tentando di tenere la tensione bassa : l’ ideologo e accademico uiguro Ilham Tohti è stato recentemente condannato all’ ergastolo per “separatismo”, caso che ha provocato proteste da parte di US, EU, e UN. Tohti aveva criticato le politiche repressive del governo nella regione, ma aveva negato di essere un separatista. Aveva anzi sempre promosso il dialogo tra le due comunità, ed era iscritto al Partito Comunista. Questa condanna è stata interpretata come un segnale che non ci sia più spazio per i moderati.

Il governo cinese addebita questa escalation al jihadismo, che, arrivato fin qui, ha alimentato la ferocia del movimento. Non si può dire che queste accuse non abbiano alcun fondamento, dal momento che il la propaganda dello stesso Stato Islamico è indubbiamente arrivata fin qui, e ha trovato terreno fertile. Un sanguinoso attentato del gennaio 2014 a piazza Tienanmen (l’ azione terroristica è stata estesa anche al di fuori dei confini regionali) è stato accompagnato da un video in cui gli attentatori invocavano la “Guerra Santa”.

La questione, tuttavia, non è solo religiosa e culturale, ma anche economica: giornalisti stranieri riportano di una diffusa discriminazione quando si tratta di trovare lavoro, che viene assegnato preferibilmente a lavoratori Han; i lavori artigianali stanno sparendo per l’ afflusso di beni prodotti industrialmente . E infatti la hanizzazione dello Xinjiang ha il suo elemento più importante nel Corpo di produzione e costruzione dello Xinjiang, organizzazione statale e semi-militare che è arrivata a impiegare anche il 20% della popolazione dello Xinjiang, impiega quasi soltanto lavoratori di etnia Han, ha costruito città, villaggi, e infrastrutture, ed è titolare di diverse zone amministrative. L’ importanza economica dello Xinjiang è ben chiara al governo cinese: le risorse minerali petrolifere e di gas della regione sono consistenti, per quanto di difficile sfruttamento, e vari oleodotti e gasdotti, presenti e in progetto vedono nello Xinjiang il loro punto di passaggio.

In Tibet, invece, l’ autogoverno è stata quasi ininterrotto nei secoli, fino a che è diventato, durante il XIX e l’ inizio del XX secolo, oggetto dell’ attenzione degli imperi cinese e britannico, finendo diverse volte occupato o sotto protettorato dell’ uno o dell’ altro. Ma nel 1913 l’ indipendenza fu nuovamente proclamata e tutto sembrava poter ritornare alla normalità nel paese degli yak. La tensione si riacutizzò nel 1930-1933, quando una disputa territoriale provocò un’ ulteriore guerra tra tibetani e cinesi, che invasero il paese, ma, dopo la firma della pace, l’ indipendenza tibetana continuò fino al 1950, anno di annessione alla PRC.

Il XIV Dalai Lama, guida spirituale e una volta anche temporale del popolo tibetano, ha ormai abbandonato la fase, durata per circa trent’ anni, fino al 1979, della richiesta di una totale indipendenza del Tibet, a favore di una politica più conciliatoria, e realistica, invocando una effettiva autonomia restando all’ interno della Repubblica Popolare, e la garanzia della tutela dei diritti umani. La più violenta fase di questo ormai pluridecennale tensione è stata senza dubbio nel 1959, quando proteste a difesa del Dalai Lama portarono a una sollevazione popolare, e la seguente massiccia repressione militare causò (non sono disponibili stime affidabili) dalle 200 mila a un milione e 200 mila vittime. Fu proprio in quei drammatici frangenti che il Dalai Lama fuggì dal Tibet. Nel corso degli anni ’60 e fino all’ avvento della presidenza Nixon, la CIA finanziava regolarmente e addestrava gruppi di esuli tibetani, che furono anche paracadutati in diversi scaglioni sul territorio di quella che ormai era definitivamente diventata la cinese Regione Indipendente del Tibet, e elargiva fondi ai movimenti di tibetani nel mondo, nonché, stando ai bilanci desecretati della CIA, direttamente al Dalai Lama.

L’ importanza del Tibet, va notato, non è affatto economica (mentre, come abbiamo visto, l’ economia è tra gli elementi centrali per lo Xinjiang), visto che il sistema produttivo locale si basa per lo più su allevamento, agricoltura, e turismo (soprattutto interno). Ciò nonostante il Tibet sia stato recentemente connesso a Pechino con una ferrovia diretta, che dovrebbe favorire notevolmente lo sviluppo economico nonché l’afflusso di grandi masse. In questa regione nascono, però, tra gli altri, anche lo Huang He (Fiume Giallo), lo Yangtze (Fiume Azzurro), il Mekong, e il Brahmaputra, le cui risorse idriche la PRC, ovviamente, preferisce controllare il più strettamente possibile.

In ogni caso, varie altre proteste “minori” da parte della popolazione indigena continuano nei decenni successivi, ma il fascicolo Tibet ritorna alla ribalta sulle scrivanie delle cancellerie di mezzo mondo a partire dal 2008, quando numerose immolazioni di monaci tibetani che si danno fuoco portano l’ argomento anche all’ attenzione del pubblico.

Tuttavia, nonostante il supporto di varie star internazionali , come Richard Gere e Sting, è improbabile che la Cina, possa, senza  un significativo cambiamento della sua forma di governo, permettere a questa regione di diventare realmente autonoma, né tantomeno indipendente; sia per motivi interni, per non dar adito a domande di altre minoranze, sia, soprattutto, perché nel fragile equilibrio asiatico un mutamento così importante dell’ assetto regionale non potrebbe essere concesso dalla Cina. Aggiungiamo a ciò il fatto che le comunità di tibetani, pur rimanendo legate alla madrepatria, sono state in molti casi assuefatte anche da stili di vita più occidentali (soprattutto in America, ad esempio in Colorado, dove vi è una massiccia comunità tibetana); e anche il minor impulso derivante dagli stessi rappresentanti morali delle comunità tibetane in patria e all’ estero (-segnatamente il Dalai Lama-). Il mancato riconoscimento internazionale di uno stato tibetano e la fine del  supporto negli anni ’70 di attività sovversive da parte di CIA e MI6 completano il quadro. Tutti questi elementi rendono sempre più improbabile un futuro processo di indipendenza del Tibet che vada oltre una maggiore autonomia culturale e normativa; effettiva autonomia, che, tra l’ altro, qualora dovesse essere concessa, è probabile sia nel quadro di un riordinamento complessivo della struttura di controllo del potere nella Repubblica Popolare, e dunque, a medio-lungo termine.

Un’ ulteriore considerazione va riservata agli spazi che la comunità internazionale può ritagliarsi per mediare su queste due questioni: a causa dell’ appoggio già dato in passato dall’ orso sovietico agli uiguri e dall’ aquila statunitense ai tibetani, operazioni universalmente ricondotte alla destabilizzazione della PRC piuttosto che a un vero interessamento alle rivendicazioni etniche dei popoli coinvolti (pure se questo era un elemento importante della propaganda sovietica dello Xinjiang, ad esempio attraverso la clandestina Radio Tashkent), su questi temi questi paesi hanno poca voce in capitolo nei confronti delle autorità cinesi. Al contrario, paesi come l’India hanno interessi più “legittimi” anche per affinità culturale –parliamo del Tibet-, ma appare comunque improbabile che possa esserci nel breve termine un dialogo. Dialogo è negoziazione, e semplicemente la PRC non può scendere al di sotto di una severa intransigenza sulla questione, sia ai fini della stabilità interna che della affermazione della imprescendibilità strategica delle regioni ai propri confini.

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