Lo Scarso Senso Degli Iraniani per l’ Acqua

di Chiara Maggi

 

L’Iran non è un Paese particolarmente ricco di acqua, pur essendo in condizioni nettamente migliori degli Stati della Penisola Arabica; secondo dati della FAO, nel 2008 i vari regni del Golfo Persico si presentavano in una condizione di scarsità di acqua potabile (il livello più critico), mentre l’Iran era definito “vulnerabile”, nonostante una popolazione di oltre 77 milioni di persone. Tuttavia è un Paese dal clima piuttosto arido, salvo che per la zona lungo la costa del Mar Caspio (dove l’umidità del mare resta bloccata dalla catena montuosa dell’Alborz), e la condizione di “vulnerabilità” idrica si è aggravata negli ultimi anni a causa di una serie di fattori, con situazioni preoccupanti che periodicamente ricorrono sui media iraniani, insieme a continui sproni ad affrontare una volta per tutte questo problema; una questione che può mettere a rischio lo sviluppo del Paese, il quale sta per riaffacciarsi sulla scena internazionale grazie al recente accordo sul suo programma nucleare.

acqua mondo
        Il livello di acqua disponibile, pro capite, nel mondo.

Il caso più eclatante è quello dello Zāyandé Rūd, il fiume che passa per la città storica di Esfahān: da otto anni è diventato un corso d’acqua a carattere stagionale, perché, prima che giunga alla città, viene deviato ad uso agricolo, lasciando secco il letto del fiume che attraversa il centro abitato. Questa situazione è dovuta, sì, alla scarsità di piogge e ai cambiamenti climatici, ma soprattutto a una attiva gestione di questa risorsa, specie proprio in ambito agricolo, caratterizzato da consumi inefficienti. Secondo la Islamic Republic News Agency (IRNA), agenzia di stampa ufficiale, a giugno di quest’anno un team di ricercatori tedeschi ha esaminato uno di studio di fattibilità per il recupero del fiume e diverse società tedesche sono interessate a collaborare. Questa situazione, oltre ad avere ovvie ripercussioni sulla vita della città da diversi punti di vista, tra cui anche quello turistico – considerando che Esfahān è una delle punte di diamante dell’offerta iraniana – ha anche scatenato alcune proteste da parte di contadini proprio per questioni riguardanti l’approvvigionamento idrico, oltre a qualche manifestazione di portata più limitata nella città stessa.

Un caso simile, ma meno noto e più recente, è il fiume Kārūn, nella regione sud-occidentale del Khūzestān: attraversa il capoluogo, Ahvāz, ed è (era?) l’unico fiume navigabile iraniano; è in stato di sofferenza a causa della scarsità di piogge e di diverse dighe costruite lungo il percorso per produrre elettricità.

Tuttavia, come similmente accade anche per l’energia elettrica, il gas e i carburanti, anche l’utilizzo da parte della popolazione – oltre a quello già citato del settore agricolo – gioca un ruolo non indifferente, grazie anche ai generosi sussidi concessi in modo indiscriminato; ad esempio, a Tehrān ci si è spinti al punto di interrompere la fornitura di acqua a circa tremila utenti, dopo continui richiami a consumi più moderati: un nulla rispetto agli oltre sette milioni di abitanti che conta la capitale, ma anche un rimedio drastico e non risolutivo che dimostra la gravità del problema e la preoccupazione da parte delle autorità.

Il presidente Rohani ha espresso l’intenzione di voler affrontare questa annosa questione con un programma di azioni da intraprendere che dovrebbe prevedere in primis, appunto, un efficientamento dell’agricoltura, ma ha collegato la risoluzione della questione all’eliminazione delle sanzioni, in quanto servono investimenti ingenti per portarlo avanti e perciò si attende un contributo anche dall’estero (già almeno quattro Paesi hanno espresso la volontà di collaborare nel campo ambientale e tra di essi vi è anche l’Italia, il cui Ministro dell’Ambiente Galletti ha già avuto modo di andare in visita ufficiale in Iran e di ricevere la Vicepresidente iraniana e Presidente dell’Organizzazione per la Protezione Ambientale, Masoumeh Ebtekār, a Roma, dove è stato firmato un memorandum di intesa). Accanto a questi problemi di natura finanziaria e di trasferimento di tecnologia, l’establishment iraniano dovrà cambiare il proprio atteggiamento verso l’ambiente, raggiungere una maggior consapevolezza delle ricadute che possono susseguire a determinate opere infrastrutturali e anche la popolazione dovrà man mano adeguarsi a un consumo più oculato, anche attraverso il taglio dei sussidi statali: aiuti che a distanza di anni, ormai, si sono rivelati del tutto antieconomici. Sicuramente servono a mantenere un certo consenso tra la popolazione, ma stanno minando le fondamenta di un progresso del Paese il più possibile sano e sostenibile – come è nell’interesse di tutti – sia a causa di questi effetti “collaterali” che della loro incidenza sulla spesa pubblica iraniana.

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