25 Aprile – Paralleli tra nazioni ferite

di Nunzio Lorè

Uno dei ricordi più vividi che ho della mia esperienza finlandese è il nostro professore di storia che porta in giro la mia classe al museo locale sulla Guerra Civile Finlandese. Un conflitto che ha lasciato cicatrici profonde nel tessuto sociale della nazione, e che si intreccia inestricabilmente con la lotta per l’Indipendenza. Il professore ancora si ricorda di quando questa guerra era considerata una vera e propria guerra d’Indipendenza, in un approccio immaturo e manicheo ad una tragedia di tali dimensioni.

È questa la prima cosa a cui penso oggi, a 70 anni dalla liberazione dal nazi-fascismo. E sia chiaro, questo non vuol essere un tentativo di giustificare il nazismo, o di dire che “partigiani e fascisti erano tutti uguali”. Al contrario, il mio tentativo è quello di tracciare paralleli, di uscire da una visione della guerra partigiana come unicum nella Storia umana.

L’unica cosa unica in questa celebrazione del 25 Aprile è l’approccio tutto italiano ad un fenomeno cosí doloroso per la nazione. Negli Stati Uniti soldati Dixie e Yankee sfilano insieme, blu e grigio, nella guerra che più è costata in termini di vite per la loro nazione. Eppure i Dixie non erano troppo diversi dai nazisti. In fin dei conti, combattevano per la schiavitù e per il diritto di possedere uomini da usare come bestiame. Certamente questo è diverso dal pianificare lo sterminio in massa di un popolo, eppure i sudisti consideravano i neri niente di più che muli parlanti, che dovevano rimanere schiavi per tenere in piedi l’economia ancora fortemente agricola del sud.

E neanche la fazione Rossa dei finlandesi era innocente: i rossi avevano negli occhi dei finlandesi la doppia colpa di essersi legati sia ai russi, che si erano dimostrati oppressivi dalla fine del secolo fino all’Indipendenza, che ai bolscevichi, che avevano precedentemente riconosciuto l’indipendenza finlandese e ora tentavano di riprendere il controllo usando i rossi come longa manus.

Ma i soldati che militavano nell’armata sudista erano spesso bianchi poveri che vedevano nell’istituzione della schiavitù l’unica cosa che li teneva al di sopra degli schiavi neri, che a volte erano più facoltosi dei bianchi che non possedevano una piantagione. E i rossi erano sicuramente all’oscuro delle potenzialità criminali del bolscevismo, che si sarebbero manifestate già pochi anni dopo con il massacro dei Kulaki ad Holodomor e con le purghe staliniane. Nei loro occhi tentavano solo di combattere per la giustizia sociale e contro l’ oppressione borghese. Essi credevano che la separazione dalla Russia stesse avvenendo nel peggior momento possibile, e cioè nel momento nel quale l’Impero stava per trasformarsi nel “Paradiso dei Lavoratori”.

Le colpe del governo sudista non sono quelle dei soldati sudisti, e le colpe del governo bolscevico (che non era forse paragonabile ai nazisti, ma di certo non era un angioletto puro ed innocente) non sono quelle dei soldati rossi. E allora perchè a 70 dalla Liberazione non possiamo ammettere che giovani ed adolescenti affascinati dalla retorica ammaliatrice del Fascismo non sono responsabili dei crimini nazisti? Perchè stupri e fucilazioni di massa compiute da Partigiani di diverse estrazioni ideologiche sono scusati con commenti tipo “se lo sono meritato”, “erano collaborazionisti”, oppure, peggio di tutte “queste cose succedono in guerra” ?

Ammettere che crimini violenti siano stato compiuti dai partigiani non vuol dire che la Resistenza ha fallito. Se, al contrario, i veri valori della Resistenza sono la lotta all’ingiustizia e la libertà, allora ricordarsi delle vittime innocenti dei partigiani diventa un dovere di tutti coloro che ancora oggi si definiscono antifascisti e “partigiani”.

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