La spesa per la difesa nel 2015, dati e riflessioni

La spesa per la difesa nel 2015, dati e riflessioni

a cura di Edoardo Corò

Nota: le spese sono riportate in dollari al loro valore nel 2014; i dati sono stati ripresi da pubblicazioni dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), dell’International Insitute for Strategic Studies e di IHS Defense e rielaborati in grafico da chi scrive. Gli ultimi due grafici sono stati pubblicati da SIPRI.

Recentemente sono stati pubblicati vari report sulla spesa e sul commercio di armi nel 2014 e le proiezioni relative al 2015. Se da un lato non per forza il più forte è colui il quale possiede più armi, certamente osservare i trend delle spese militari nel mondo aiuta a capire meglio o eventualmente a consolidare le proprie previsioni e opinioni sulla situazione geopolitica in tutti i teatri.

Una prima importante nota è che nel 2014 per la prima volta dopo 3 anni l’ammontare totale di spese militari è cresciuto: un trend questo che secondo varie fonti già nel 2015 si fermerà, con una situazione di stagnazione se non addirittura di decrescita prevista nel 2015. E’ necessario però sottolineare che tale situazione sarà prevalentemente dovuta all’abbassamento del prezzo del petrolio e alle sanzioni che hanno messo sotto pressione il Governo Federale Russo, che tuttavia ha annunciato di non voler incidere in nessun modo sulle spese militari, in crescita del 10% nel 2014, per quanto probabilmente si riveleranno necessari aiuti ulteriori alle banche russe. Infatti sono previsti incrementi nella spesa militare in svariati paesi, prima fra tutti la Cina, seguita a ruota da altri paesi asiatici e medio orientali e dall’Australia. Situazione più complessa invece quella Europea e Nord-Americana. Se infatti da un lato negli ultimi anni, sia prima della crisi del 2008 che dopo, si è assistito a una generale riduzione della spesa militare nei paesi Europei, i paesi occidentali rimangono i leader assoluti insieme alla Russia nell’esportazione di armamenti, USA in testa, e Francia al primo posto in Europa (l’UK è primo per produzione ma non per Export). Ciò nonostante, se la percentuale di spesa NATO continua ad essere superiore al 50% della spesa mondiale, trainata dagli States, vi è stato un drastico calo nelle spese di tutta Europa, dovuto principalmente alla stagnazione post 2008 e ai limiti di budget imposti dalla situazione contingente. Solo nel 2014 e nel 2015(proiezioni) si assiste ad un’inversione di tendenza, se non in tutti i paesi, quantomeno in quelli baltici e orientali, minacciati dalla presenza della Russia. La spesa USA sembra che tornerà leggermente a crescere nel 2016 – secondo la proposta di bilancio presentata da Obama ma non ancora approvata – dopo un calo vertiginoso dal 2010 in poi: va necessariamente ricordato però che tale calo, è dovuto principalmente al disimpegno dalle cosiddette OCO (Overseas Contingency Operations) ed è andato a colpire solo in parte le spese di base per la difesa. Tagli che si sono resi necessari per coprire l’incremento di spesa nei settori sanitari e previdenziali. Il Medio Oriente costituisce una situazione ancora diversa: la sopracitata contrazione prevista per il 2015 è in parte dovuta al calo di spesa di vari paesi medio orientali, penalizzati dall’abbassamento dei prezzi del petrolio, ma le importazioni e la spesa militare di Arabia Saudita e EAU continua a crescere, così in entità minore quella dell’Iraq, che deve affrontare il conflitto contro lo Stato Islamico.

Medio Oriente

Per quanto riguarda al Medio Oriente, salta subito agli occhi come fattore di primaria importanza la continua crescita dei budget della difesa di Arabia Saudita e EAU, che porta proprio il gigante Arabo a superare l’India, raggiungendo così il primo posto, nell’import di armamenti. L’Arabia Saudita si rivela essere dunque il primo paese per acquisto di sistemi d’arma e il primo acquirente del mercato americano. Tra il 2013 e il 2014 la spesa nell’import di armi del colosso mediorientale è cresciuta del 54% e secondo le stime nell’anno in corso crescerà ulteriormente del 52%, raggiungendo i 9.8 miliardi di dollari, un settimo delle importazioni mondiali. Se da un lato si può giustificare questa crescita vertiginosa con la crescente minaccia dell’ISIS, che tuttavia bisogna ricordare ha un legame molto complesso e sicuramente ambiguo con le monarchie del Golfo, essa è dovuta fondamentalmente alla politica di Riyad, che, stante il progressivo disimpegno americano dalla regione, vuole diventare l’attore principale della Mezzaluna Fertile, e dell’intero mondo sunnita. Dal 1997 ad oggi la spesa dell’Arabia Saudita in difesa è passata da 18 miliardi di dollari a 80 miliardi. Tale tipo di politica confligge ovviamente con le mire Iraniane, in linea con quelle russe, sul mondo Sciita ed in particolare su paesi come Siria e Iraq. Si tratta di un Iran che per quanto abbia ridotto nell’ultimo decennio la propria spesa militare,  cerca di diventare più autonomo dalle armi russe, avendo già avviato da tempo progetti e politiche di produzione interna di armi, soprattutto nel campo aeronavale, facilitati ora dall’accordo sul nucleare: per citare un esempio, è di recente stato dichiarato dal Comandante in capo della Marina Iraniana che presto saranno lanciati nuovi sottomarini, ed è in fase di costruzione una nuova classe di incrociatori, entrambi di fabbricazione Iraniana.

Tuttavia è l’intero Medio Oriente che sta vivendo sia per cause di forza maggiore (costo della guerra in Siraq), sia per precise politiche di potenza, una straordinaria corsa agli armamenti. Le opportunità di export nell’area secondo IHS Defense, se sfruttate al massimo si aggirerebbero intorno ai 110 miliardi di dollari. Nel 2014 Arabia e EAU importavano complessivamente 8.6 miliardi, somma che come già visto sarà quest’anno superata dalla sola Arabia. Il principale beneficiario sono gli Stati Uniti, con un export che si aggira attorno agli 8.4 miliardi nel 2014, al secondo posto UK con 1.9 miliardi, al terzo posto Federazione Russa con 1.5 miliardi.

Risulta ben chiaro da questi dati come la situazione in Medio Oriente, al di là della ben nota minaccia terroristica, sia esplosiva, e veda in gioco gli interessi dei paesi locali, in particolare blocco sunnita contro blocco sciita, e per procura di USA e NATO da un lato, e Russia dall’altro. I principali acquirenti della Russia nella regione (a livello mondiale sono altri i maggiori importatori dall’ex URSS) sono Siria e Iran, se non si considera l’Algeria, che è defilata dalla questione Medio Orientale.

Traendo le somme dunque, un’analisi delle spese mediorientali in armi conferma quanto si può dedurre già dalla cronaca di tutti i giorni, ovvero che la tensione sta salendo sempre di più, e che tra Iran e Petromonarchie è in atto una vera e propria corsa quasi coloniale per il controllo della

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regione, nella quale evidentemente ogni mezzo, sia di soft power che militare, è ritenuto valido.

Europa

La situazione europea come già considerato merita un attento distinguo, tra spesa statale, e produzione di armi. Se infatti dopo il 2008 e la crisi finanziaria si è avviato un trend di riduzione della spesa militare in quasi tutta Europa, l’industria europea rimane la più tecnologicamente avanzata dopo quella americana sul mercato delle armi, e quella con le compagnie più sviluppate. Se infatti nella top ten dei paesi esportatori UK, Francia, Germania, Italia seguono a ruota Stati Uniti e Russia, bisogna ricordare che l’export Russo risulta più concorrenziale in molti paesi in via di sviluppo per i bassi costi e non per la maggiore qualità e modernità. Nella lista delle 10 maggiori aziende produttrici del 2014 comunque figurano 3 compagnie europee: AirBus Group al quarto posto, BAE Systems, scesa dal sesto all’ottavo posto superata dalla Russian Helicopters e dall’americana United Tech Group, ed infine Finmeccanica, al decimo posto. Cionondimeno la spesa totale per armamenti europea dal 1988 al 2014 è scesa da 708 miliardi di dollari a 386. Il trend però appare invertito negli ultimi 3-4 anni in tutti i paesi dell’Est Europeo, minacciati dalla Russia. Le repubbliche baltiche dopo un drastico calo a seguito della crisi finanziaria stanno cercando di tornare ai livelli pre-2008, e se continuano così li raggiungeranno nel giro di circa due o tre anni. Altri paesi come Romania e Moldavia stanno leggermente aumentando la spesa, avendo risentito ugualmente della crisi del 2008.

L’Italia dal canto suo che aveva raggiunto un picco nella spesa nel 2008 con 41 miliardi di dollari di spesa ha drasticamente abbassato i costi a 30 miliardi tra 2009 e 2014. Allo stesso modo anche se in maniera assai meno drastica si sono ridotte le spese degli altri grandi Paesi europei, come Francia e UK tra 2008 e 2013, con un’inversione di rotta nel 2014. In generale le maggiori Potenze europee,

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eccezion fatta per l’Italia, si sono di poco distaccate dai livelli massimi del 2008.

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Asia e Oceania

In Estremo Oriente si continua ad assistere ad una crescita vertiginosa dell’apparato di difesa Cinese che dal 1988 ad oggi ha portato la sua spesa da circa 11 miliardi di dollari a 216. Se la Cina sotto questo punto di vista non ha rivali nell’area è pur vero che il territorio che deve controllare è vastissimo e il personale stipendiato numerosissimo. Altri paesi dell’area come Sud Corea, India e Australia sono anch’essi entrati in un trend di espansione dei propri defense budget che hanno continuato a crescere senza soluzione di continuità negli ultimi 15 anni, seppur non ai livelli della Repubblica Popolare Cinese, né per totale speso né per tassi di crescita. Tuttavia va rilevato che Corea del Sud e Australia sono alleati strategici degli USA e la loro spesa per quanto più limitata è mirata ad armamenti e sistemi di difesa di primissima qualità provenienti dal Nord America, mentre la Cina importa principalmente dalla Russia, acquistando sia materiali, velivoli e navi, sia assistenza militare e tecnica, come d’altro canto fanno i partner degli States. Purtuttavia anche le industrie locali stanno cominciando a crescere e ad imporsi. Le industrie Sud Coreane in particolare si stanno accaparrando sempre più contratti nel Sud-Est asiatico per un valore di 6 miliardi durante il 2015 ma destinati a raggiungere i 35 miliardi nel giro di un decennio. In generale, il Sud-Est asiatico è l’unica altra area in cui si sta assistendo ad una impressionante corsa agli armamenti insieme al Medio- Oriente, fatto inquietante se si considerano le crescenti tensioni per il controllo marittimo dell’area tra la Cina e i suoi vicini. Il Giappone, l’altra grande potenza dell’area, mantiene i livelli di spesa stabili con fluttuazioni di anno in anno, che saranno raggiunti nel giro di qualche anno anche dalla Corea del Sud, dall’Australia e dall’India. L’impero del Sol Levante potrebbe tuttavia riservare sorprese: nel 2015 il Paese, che è la terza economia mondiale , è tornato a crescere con un tasso annualizzato del 2,2% (fonte: Sole 24 Ore): tale crescita, seppur inferiore alle aspettative generate dal discusso Abenomics potrebbe favorire le aspirazioni geopolitiche del premier Shinzo

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Abe, che mira a modificare l’attuale assetto costituzionale e organizzativo risalente al secondo dopoguerra, trasformando la Japan Self  Defense Force in un vero e proprio esercito, capace non solo di difendersi ma anche di proiettare la propria forza altrove, per quanto appare improbabile se non impossibile un superamento della Cina.

USA e Russia

Se si parla di armamenti, è chiaro che i due maggiori attori, nella produzione, nella vendita, e nell’utilizzo di sistemi d’arma siano Stati Uniti e Russia. Nella top ten delle compagnie produttrici di armi i primi 3 posti sono ricoperti da aziende americane seguite al quarto posto dall’europea Airbus e al quinto dalla United Aircraft Building Corporation russa. Al decimo posto nel 2013 e al sesto nel 2014 si ritrova un’altra russa, la Russian Helicopters. In ogni caso USA e Federazione Russa detengono saldamente i primi due posti nella classifica degli esportatori di armi. Nel 2014 gli USA ricoprivano il 31% delle esportazioni per un valore di circa 11 miliardi e mezzo di dollari, e la Russia il 27%. Dal punto di vista delle spese statali gli Stati Uniti rimangono i primi al mondo distaccando in maniera nettissima qualsiasi altro paese con una spesa che dal 1988 al 2014 è passata da circa 300 miliardi di dollari a 609 miliardi con un picco nel 2011 di più di 700 miliardi. Tuttavia l’aumento di spesa è stato dovuto in parte alle operazioni militari all’estero (Iraq e Afghanistan), con un base budget (riferito ai costi di ammodernamento dell’apparato militare e di acquisto di mezzi e armi) che dopo la crisi finanziaria si è contratto anche se in modo limitato. Allo stesso modo il picco nella riduzione della spesa dopo il 2011 è stato dovuto in larghissima parte al ritiro da Afghanistan e Iraq. Si pongono ora dubbi sul budget proposto dall’amministrazione Obama per il 2015 e per il 2016 che prevede di aumentare le spese per il Base budget consentendo alla spesa di ritornare a crescere. Tali previsioni di bilancio tuttavia devono ancora essere approvate e sforano decisamente i vincoli di bilancio posti dal Budget Control Act del 2011 ponendo a rischio di “sequestration” le dotazioni dell’esercito. Ciononostante, se non sarà l’anno prossimo, sicuramente nei futuri cinque, visto anche il PIL in crescita, torneranno ad espandere il proprio budget. Sono tante le pressioni politiche e di ambienti dell’esercito per un espansione soprattutto della forza aeronavale, necessaria per controllare al meglio tutti i mari, ora che nel Pacifico è richiesta dagli alleati e da necessità strategiche una maggiore presenza militare americana.

Cresce nel 2014, anche se in maniera assai più contenuta, anche la spesa Russa in armamenti, proseguendo un trend cominciato già negli anni novanta a cui però è stato impresso un nuovo vigore negli ultimi anni dalle politiche di Putin. Dopo i drammatici (per l’esercito russo) anni del crollo dell’URSS, nel ’93 la spesa ammontava a circa 8 miliardi, nel 2014 sfiorava gli 85 miliardi. Tuttavia le sanzioni dovute alla crisi ucraina e la situazione non rosea delle banche russe potrebbe imporre al governo un taglio alla spesa per far fronte alle necessità più contingenti. Le sanzioni, così come la conclusione di alcuni contratti di fornitura potrebbero bloccare anche la crescita delle esportazioni, che tra 2013 e 2014 era stata del 9%, con un valore totale di esportazioni di 10 miliardi. I primi acquirenti sono stati Cina (2,2 mld), India (1,7 mld), Venezuela e Vietnam (1 mld).

I principali importatori dagli Stati Uniti sono invece i paesi del Golfo, Kuwait, Arabia Saudita, Oman e EAU, alcuni paesi asiatici come Taiwan, Singapore, il Giappone e India, l’Australia, l’Egitto, la Turchia, il Regno Unito.

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