L’ eterna disputa India-Pakistan

di Enrico Brunet

PREMESSE

Nel 1947, quando India e Pakistan (il quale comprendeva allora anche il Bangladesh, allora chiamato “East Pakistan”, paese a maggioranza musulmana) si divisero, il passaggio non fu certo indolore. Migrazioni di massa avvenirono dall’ uno all’ altro paese. Infatti l’ accordo per la divisione prevedeva che le regioni con un 75 % o maggiore di popolazione musulmana diventassero Pakistan, le altre restassero India. L’ India si configurò subito come una nazione secolare, a religione prevalentemente Induista, mentre il Pakistan divenne una Repubblica Islamica a schiacciante maggioranza musulmana. Ad alcuni stati principeschi, controllati da dei Maharaja, fu concesso di scegliere a quale nazione appartenere,o se restare stati indipendenti (Sloan). Uno di questi era il Kashmir, una regione prevalentemente montuosa tra il Nord-ovest dell’ India, il Nord-est del Pakistan, il Sud-ovest della Cina (che acquisì poi la parte più settentrionale del Kashmir, chiamandola Aksai Chin), e l’ Afghanistan. Nelle relazioni diplomatiche tra i due paesi apparve subito chiaro che il principale dissapore riguardava le regioni del Kashmir e dell’ Hyderabad, le quali, nonostante la maggioranza musulmana, erano oggetto delle mire di entrambi i paesi. Mentre il Maharaja del Kashmir era sotto pressione da entrambi i paesi per decidere a quale aderire, gruppi di guerriglieri tribali pakistani, che secondo l’ India, erano aiutati da officiali e truppe dell’ esercito regolare pakistano, si infiltrarono nel paese. Mentre il Kashmir veniva velocemente occupato da queste truppe irregolari e regolari, il Maharaja si risolse a chiedere aiuto al suo più potente vicino, l’ India appunto, la quale però pose come condizione che il Kashmir fosse annesso all’ India come regione indipendente, compromesso accettato dal Maharaja. Le truppe Indiane intervennero e velocemente occuparono la maggioranza di questa regione. Gli scontri continuarono a succedersi violenti, fino a che i due paesi arrivarono a uno stallo de facto, e decisero perciò di costituire una linea di demarcazione territoriale (a questo punto il Pakistan occupava il 37% del territorio del Kashmir e l’ India il 67%), la cosiddetta Linea di Controllo (LoC), ratificata definitivamente quale confine informale soggetto a modifiche con l’ Accordo di Simla del 1972. Un plebiscito, sancito dall’ Onu, avrebbe dovuto svolgersi nel 1948 nell’ intero Kashmir, ma si concluse in un nulla di fatto per il rifiuto di entrambe le potenze di ritirare le proprie truppe onde permetterne lo svolgimento.

Altre 3 guerre succedettero a questa, nel 1965, quando i pakistani riprovarono a infiltrare ribelli nella regione indo controllata del Jammu-Kashmir; nel 1971, quando una crisi politica nell’ Est Pakistan spinse l’ India a fornire aiuto ai ribelli separatisti – questo breve ma sanguinoso conflitto si concluse con l’ indipendenza del Bangladesh; e nell’ inverno 1998-1999, quando l’ esercito pakistano occupò postazioni di altissima quota dell’ esercito Indiano nella regione del Kargil. Dopo intensi combattimenti ad altitudini dove la guerra mai era arrivata, le truppe pakistane furono costrette a ritirarsi. Il conto totale dei caduti da entrambi le parti durante queste guerre è ignoto e varia da svariate decine di migliaia a un paio di centinaia di migliaia. Il conflitto e guerra di posizione intercorso a varia intensità tra il 1984 e il Novembre 2003 per il controllo del ghiacciaio del Siachen e delle vicine montagne Saltoro -l’ unica zona (che sta a nord della LoC) dove a causa delle condizioni ambientali assolutamente improbe non vi erano ancora mai state truppe di ambo i paesi, ma che tuttavia era strategicamente fondamentale perché dava accesso da una parte e dall’ altra ai valichi d’ accesso ai due paesi, e a Nord con la Cina- prese il nome di conflitto del Siachen. La nuova linea del fronte in queste zone prende il nome di AGPL (Actual Ground Position Line), confine non riconosciuto da nessuno dei due paesi né dalla comunità internazionale. Dal 2004 le truppe dei due paesi, sia sulla LoC che sulla AGPL, non hanno più preso parte a scontri diretti di grosse dimensioni, ma non sono infrequenti scontri tra pattuglie dei due paesi né bombardamenti reciproci di artiglieria, che aumentano ogni anno di diverse decine il bilancio dei caduti, senza contare i morti della parte indiana per i combattimenti con i gruppi separatisti musulmani operanti nel Kashmir indiano, gruppi che il Pakistan ha ammesso di aver finanziato.

INTERESSI DI INDUSTRIE DI ARMAMENTI E ALTRI PAESI

Per capire quanto un conflitto anche solo a bassa intensità (come non sempre è stato quello tra i due paesi) possa essere proficuo e remunerativo per l’ industria bellica, basti dire che per i soli combattimenti sul Siachen, una parte minuscola rispetto al “fronte” della LoC, i due paesi hanno speso ogni anno tra i 200 e i 400 milioni di dollari. [33]. Moltiplicate questo per 20 anni, e per il resto della linea contesa, e avrete un’ idea degli interessi che inevitabilmente si sono venuti a creare. Le strategie delle industrie belliche mondiali si sono adeguate a quelle dei due attori nel conflitto, con l’ India che, avendo forze, in termini di man-to-man e gun-to-gun, e investimenti cinque volte superiori al suo vicino occidentale, può permettersi di ambire a diventare potenza regionale, contendendosi questo ruolo con la Cina. Il Pakistan, invece, ambisce almeno ad avere forze sufficienti a scoraggiare qualsiasi pressione della Repubblica Indiana. In quest’ ottica va inquadrato il programma nucleare pakistano (che comunque è iniziato solamente dopo quello di Delhi). L’ India, negli ultimi dieci anni, ha ampliato e modernizzato (relativamente) le sue forze armate spendendo oltre 10 mld $ con la Russia in forza di un protocollo tra i due paesi, con l’ex gigante sovietico che aspira a mantenere il ruolo di fornitore principale. Ancora nel 2013, un remunerativo (per la Russia) accordo è stato raggiunto tra i due paesi per fornire l’ aviazione di velivoli di nuova generazione. Se tutto ciò sia stato soggetto a tangenti, come è stato da alcuni sussurrato, non è dato sapere. Il caso della fornitura di elicotteri Agusta-Westland di recente finita all’ onore delle cronache per la presunta corruzione di funzionari indiani, non depone a favore dell’ integrità e della trasparenza di questo tipo di accordi. L’ India, inoltre, ma non è confermato, si dice abbia avviato una collaborazione con Israele nei settori dei “non-manned vehicles” e delle munizioni  “air-to-land”.

Mentre il governo di Delhi irrobustisce i muscoli del suo esercito, il Pakistan, con l’aiuto della Cina (che è chiaramente interessata acchè il Pakistan sia una spina nel fianco di Delhi), che è sempre stata il “main supplier” di Islamabad, ha anche essa modernizzato le sue forze, che prima erano decisamente peggio attrezzate della loro controparte Indiana. Ma, come già detto prima, l’ unico deterrente credibile di Islamabad sono le testate nucleari. La dottrina nucleare pakistana, come l’ha espresso nel 2003 il Gen. Kidwai, è una “No First Use Policy”, cioè di usarle solo se “è a rischio la stessa esistenza del Pakistan come Stato.”. Le armi nucleari (che del resto pure l’ India possiede, e in misura maggiore) sono chiaramente per il Pakistan la controparte di una manifesta inferiorità sul piano delle forze convenzionali. Non avendo nessuno dei due paesi firmato il trattato di Non Proliferazione, ed essendo i loro programmi ancora in pieno sviluppo, questo resta un grosso fattore di incertezza.

RAGIONI NON ESPRESSE DIETRO AL CONFLITTO: ACQUA E ORGOGLIO 

Il Kashmir contiene la sorgente di diversi fiumi e affluenti del bacino dell’ Indo. Di questi fiumi, il Pakistan riceve “naturalmente” il 60 % dell’ acqua, l India il 20, l’ Afghanistan il 5 e il Tibet Cinese il 15. I fiumi di Ravi, Beas, e Sutlej, che irrigano gran parte dell India Nordoccidentale, sono stati soggetti alla costruzione intensiva di dighe per la produzione di elettricità e l’ irrigazione delle sementi. Nel 1960 è stato firmato tra i due paesi il “Trattato delle acque dell’ Indo” (Indus Water Treaty) che sancisce questa divisione, e nonostante nelle decadi successive questo sia stato uno dei pochissimi temi su cui India e Pakistan hanno finito per non scontrarsi, essendo negli ultimi anni diventato chiaro come  l’ acqua sarà un bene sempre più prezioso, specialmente in questa regione del mondo, dove il Pakistan ha una conformazione secca e poco soggetta a piogge monsonali, mentre l’ India ha una popolazione che secondo le stime dell’ ONU è destinata a toccare i 2 mld nei prossimi 50 anni, e che uscendo dal sottosviluppo avrà sempre più bisogno di risorse idriche per l’ industria tanto quanto per il consumo personale, le preoccupazioni al riguardo stanno riemergendo.

Il conflitto ha influenzato pesantemente l’ economia di quello che prima era considerata una delle regioni meglio amministrate del subcontinente indiano. L’ economia del Kashmir si stava sviluppando, nonostante i conflitti, a tassi molto elevati, grazie al turismo, all’ orticoltura, e in seguito, alla lavorazione della lana ;questo almeno fino all’ intensificarsi vertiginoso degli scontri nel 1989, dopo le quali l’economia è ricaduta a livelli post seconda guerra mondiale, salvo poi riprendersi negli ultimi anni, grazie anche alle rimesse dall’ estero. La regione del Jammu-Kashmir, quella indiana, si presume abbia grandi riserve ancora inesplorate di idrocarburi intrappolati nelle rocce; quella dell’ Azad Kasmhir (la pakistana) è sede di riserve molto ingenti di altre materie meno preziose.

Ciònonostante, non si può presumere che la contesa sul Kashmir sia determinata soltanto da mere ragioni politico-strategiche o industriali. La separazione dei due paesi e il perenne stato di conflitto hanno lasciato una ferita aperta negli spiriti delle popolazioni dei due paesi, i quali, secondo recenti sondaggi condotti da Gallup India, vedono la reciproca influenza “positiva” in meno del 20% dei casi. Ogni notizia, che del resto arriva regolarmente, su scontri di confine, o soldati morti, dà adito a moti di indignazione da entrambe le parti. Il Kashmir è ciò che più di tutto riesce a far scattare “l’ orgoglio e l’ ostilità nazionali” nelle coscienze delle due parti, specie considerando che la maggioranza musulmana che compone la popolazione del Kashmir indiano è soggetta al controllo di una nazione considerata “ostile”.

L’ex primo ministro Indiano, Manmohan Singh, il cui mandato è scaduto nel 2014 non sarà ricordato come uno dei più significativi primi ministri indiani, ma negli ultimi mesi del suo mandato le sue affermazioni verso il Pakistan si erano fatte sempre più dure, come nel meeting del 27 Settembre 2013 con Barack Obama dove dichiarò che “Il Pakistan è ancora l’ epicentro del terrorismo”. Il nuovo primo ministro Narendra Modi ha avuto un colloquio col primo ministro pakistano Sharif a Maggio poco dopo la sua elezione, ma Modi è visto con sospetto in India, anche perché nel 2002 non fermò le rivolte anti-musulmane che uccisero 1000 persone nello stato che allora amministrava, il Gujarat.

Dal canto loro,i governi pakistani che si sono nel tempo succeduti non hanno mai avuto un vero interesse, in termini di politica estera, nell’ avviare una guerra di grande scala, che non avrebbero alcuna possibilità di vincere, per una regione in fondo di confine. In termini di politica interna, tuttavia, il Kashmir gioca un ruolo fondamentale. E’ infatti l’ elemento su cui fanno leva i militari, e specialmente la loro componente più islamica e radicale, per mantenere alte le spese militari, che nel 2013-2014, dovrebbero essersi aggirate attorno al 10 % del PIL.

SERVIZI PAKISTANI

Certo, se fortunatamente i governi di Islamabad non sono mai stati al 100% intransigenti sulla questione, c’è chi tuttavia ha voluto fomentare le tensioni a prescindere.

I servizi pakistani, specie l’ IsI (Inter-Services Intelligence), ha ammesso anche l’ ex primo ministro pakistano Yousaf Raza Gillani, hanno sponsorizzato i gruppi separatisti musulmani operanti in Jammu-Kashmir, dei quali il più significativo è Lashkar-e-Taiba, che hanno provocato, dagli anni 80 fino al 2000, ben più vittime tra i ranghi degli Indiani (si stima 70000 fra militari e civili) di quanti ne abbia fatte la guerra “diretta”. Ora questo supporto è in calo, poiché dei gruppi separatisti kashmiriti hanno attentato due volte, nel 2004, alla vita dell’ ex presidente pakistano, Gen. Pervez Musharraf. Sostengono alcuni che all’ interno dell’ ISI si annidino cellule “deviate” che, in un modo o nell’ altro, hanno sempre cercato di destabilizzare il paese con l’ obbiettivo di spingerlo tra le braccia di un governo radicalmente musulmano. E’ evidente che qualora tale operazione di destabilizzazione non dovesse riuscire dall’ interno del Paese, costoro potrebbero provare a provocare un’ escalation di tensione col loro potente confinante, coll’ obbiettivo poi di imporre un governo “forte”. Come hanno dimostrato le primavere arabe, i Paesi occidentali sono sempre tardivi nell’ accorgersi di eventuali fattori di destabilizzazione.

Nonostante tutto, dalla fine dell’ ultima vera guerra, nel 2003, il numero di attacchi di gruppi estremisti sono calati gradualmente, e le sparatorie di confine si sono fatte se non sporadiche, più rare. Ciò non deve però dare adito ad eccessive fiducie. Basti pensare che prima della guerra del ’98-’99, che rischiò seriamente di trasformarsi in un conflitto nucleare locale, tanto che il presidente Bill Clinton dovette esercitare fortissime pressioni sui vertici di Islamabad per spingerli a ritirare le loro truppe, vi era stato un periodo di (molto relativa) calma nella seconda metà degli anni ’90. Dunque, mentre tra i due paesi appaiono minori, al momento, gli immediati motivi di tensione, non si può ignorare che l’ astio tra i due paesi è ben radicato, e difficilmente mancheranno in futuro ulteriori occasioni di confronto.

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